Giovanni Vitolo.
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Medioevo.
I caratteri originali di un'et di transizione.
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Parte 1.
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2000 Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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Premessa.
Introduzione.
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Parte 1. LA TRASFORMAZIONE DEL MONDO ANTICO E L'INIZIO DEL MEDIOEVO.
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1. Il mondo ellenistico-romano e la diffusione del Cristianesimo.
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1.1 Nomadi e sedentari.
APPROFONDIMENTI: Un esempio di muraglia romana.
1.2 Il mondo delle citt.
APPROFONDIMENTI: Le biblioteche pubbliche in et romana.
1.3 La diffusione del Cristianesimo.
1.4 La crisi del terzo secolo e le persecuzioni contro i cristiani.
1.5 L'organizzazione della Chiesa e la definizione della dottrina cristiana.
1.6 L'Arianesimo e la nascita dell'eresia.
1.7 Le origini del monachesimo.
1.8 La diffusione del monachesimo in Italia e nel resto dell'Occidente.
1.9 Il monachesimo benedettino.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Fine o trasformazione del mondo antico?
Bibliografia.
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2. L'Occidente romano-germanico
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2.1 Il mito della razza pura.
2.2 La pressione sui confini dell'impero.
2.3 La divisione definitiva dell'impero.
APPROFONDIMENTI: Alarico, "saccheggiator cortese".
2.4 Il tramonto dell'impero romano d'Occidente.
2.5 Il sogno di Teodorico.
2.6 Gli altri regni romano-barbarici.
2.7 Il regno dei Franchi.
2.8 Uno sguardo di insieme sul mondo romano-germanico.
Il DIBATTITO STORIOGRAFICO: Il mondo dei Germani.
Bibliografia.
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3. L'Oriente romano-bizantino e slavo.
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3.1 Le ragioni di un destino diverso.
3.2 La crescita impetuosa di Costantinopoli.
3.3 Giustiniano e la ripresa dell'iniziativa imperiale.
APPROFONDIMENTI: La cultura giurdica dell'Oriente e il "Corpus iuris civilis".
3.4 Dall'impero universale all'impero bizantino.
3.5 L'insediamento di Slavi, Avari e Bulgari nei Balcani.
3.6 La riorganizzazione dell'impero bizantino e la ripresa della guerra con i Persiani.
3.7 La funzione storica di Bisanzio.
IL DIBATTITO STORIOGRAFICO: Bisanzio e l'Europa.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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Premessa.
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Questo libro, pur aspirando a interessare anche i lettori di saggistica storica,  rivolto innanzitutto agli studenti universitari che sostengono un primo esame di Storia medievale. Essi sono alquanto diversi da quelli di qualche decennio fa, i quali per lo pi arrivavano all'universit gi con una adeguata cultura storica di base, per cui i docenti giustamente dedicavano i corsi e i relativi programmi di esame alla storiografia, alla critica delle fonti e alla cosiddetta parte monografica, mentre oggi sono costretti a dare spazio anche alla storia generale.
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Il fatto  che lo studio della storia nella scuola superiore ha registrato negli ultimi anni un progressivo calo di interesse da parte degli studenti, che spesso arrivano all'universit privi delle pi elementari coordinate temporali, oltre che di quelle spaziali, dato che una situazione non meno critica  quella dell'insegnamento della geografia. Tutto questo viene vissuto da non pochi docenti con profondo disagio, come segno dei tempi tristi che si profilano all'orizzonte per la cultura umanistica.
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A tal riguardo io sono meno pessimista, perch ritengo che all'origine del problema ci sia non tanto il disinteresse per la storia, quanto piuttosto il modo in cui essa viene trasmessa alle generazioni pi giovani, alle quali si  proposto finora in ogni ciclo scolastico, dalle elementari alle superiori, lo stesso tipo di studio, basato sulla sistematica ripetizione dell'intero arco cronologico dall'Antichit all'Et contemporanea, prima in forma assai compendiosa e poi via via in maniera pi analitica. Le cose dovrebbero cambiare con le riforme appena avviate, ma, se non si procede con la necessaria cautela e se tutti gli "storici di mestiere" - e non solo i contemporaneisti - non si fanno carico del problema, si corre il rischio di attuare interventi che potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione, appiattendo la storia sull'attualit e cancellando dalla cultura delle nuove generazioni proprio quel Medioevo che ha fatto l'Europa. Non si tratta, ovviamente, di tentare di difendere a ogni costo posizioni di retroguardia, ma di accettare la sfida, proiettandosi in avanti e riqualificando sul piano professionale l'insegnamento della storia, che dovr essere affidato a docenti dotati di specifiche competenze (vale a dire laureati in storia o comunque in possesso di laurea con indirizzo storico), in maniera che l'attenzione alla contemporaneit non pregiudichi la conoscenza dei secoli passati e quindi la possibilit di capire effettivamente il mondo in cui viviamo.
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A tal fine conserva ancora tutta la sua validit sia sul piano teorico sia su quello della operativit didattica un saggio dal titolo Storia come pedagogia e storia come scienza, pubblicato nel 1979 da Mario Del Treppo nella rivista "Nord e Sud". In esso lo storico napoletano prospettava la necessit di una progressiva diversificazione dei contenuti e delle finalit dell'insegnamento della storia nei diversi ordini di scuola, e mostrava tutto il valore euristico e pedagogico della storia locale (intesa anche come storia contemporanea), partendo dalla quale lo studente pu essere guidato ad aprirsi alla comprensione dei pi vasti quadri della storia nazionale e universale.
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Si tratterebbe, in altri termini, di un insegnamento non da inventare, come alcuni propongono oggi in maniera confusa e velleitaria, ma da rimodulare in sede locale e che, partendo dalla realt dello spazio e del tempo in cui si opera o, in ogni caso, in collegamento con esso, sviluppi progressivamente nello studente l'attitudine a cogliere e a misurare lo spessore della storia, la molteplicit dei tempi (delle tradizioni, dell'economia, della politica, dell'arte, ecc.), la dimensione storica dei problemi (che sono sempre complessi e affondano le loro radici nel tempo); e questo, beninteso, avendo ben chiaro il quadro storico generale, che, per quanto riguarda il Medioevo, non pu prescindere dalla conoscenza degli elementi caratteristici di quell'et, che sono poi quelli che vengono individuati nell'Introduzione a questo volume.
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Diversamente si dovrebbe configurare invece l'insegnamento della storia all'universit, dove coloro i quali aspirano a fare gli storici di professione, i docenti, gli operatori culturali dovranno acquisire, oltre a pi raffinati strumenti metodologici, una conoscenza ampia e particolareggiata della storia, intesa anche come successione dettagliata di eventi, istituzioni, economie, societ, culture, personaggi: conoscenza per la quale una trattazione scientifica di tipo manualistico resta uno strumento di lavoro insostituibile. Nel passato molto si  detto e scritto contro l'uso nelle scuole del manuale di storia, di cui comunque non vedo come si possa fare a meno anche in una didattica storica di tipo nuovo. Oggi si comincia a lanciare bordate contro di esso anche all'universit, che  invece la sede dove il suo uso pu essere ancora pi efficace, e non solo per il motivo che si  detto, ma anche perch, essendo in genere affiancato da altri testi, pu essere valutato meglio nelle sue caratteristiche di opera di sintesi.
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Me ne sono reso conto quando in maniera del tutto inattesa ho visto il successo che ha riscosso nell'universit un manuale di storia medievale che nel 1994 avevo ideato per i licei, dove invece non ha avuto fortuna: evidentemente i licei che avevo nella mente non esistevano pi nella realt, mentre la conoscenza che intendevo trasmettere del Medioevo era pi utile all'universit. La conclusione  stata che ho riscritto il testo per i licei e ho destinato all'universit quello originario, operandovi naturalmente le opportune integrazioni e aggiungendovi un'introduzione. La novit vera e propria  rappresentata, tuttavia, dal dibattito storiografico e dalla bibliografia inseriti alla fine dei singoli capitoli; e ci sia per non spezzare la continuit della trattazione, che comunque ha sempre un carattere problematico e in non pochi casi fa riferimento alle fonti e alla storiografia, sia per consentire allo studente che voglia approfondire uno o pi problemi di ripercorrere il cammino fatto dagli storici che nel corso del tempo se ne sono occupati. A questo  da aggiungere che, quando il dibattito riguarda un argomento che nell'economia generale del capitolo non ha avuto grande spazio, l'appendice storiografica svolge anche la funzione di integrazione del testo.
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Il carattere manualistico dell'esposizione e la trattazione separata della storiografia non significano per che intendo mantenermi neutrale rispetto alla materia; anzi ritengo che un manuale sia per l'autore ancora pi "compromettente" di una monografia. Il Medioevo, come qualsiasi altra epoca storica, non esiste in quanto realt oggettiva, essendo esso il risultato dell'opera dello storico, che organizza la gran quantit di dati in un percorso pi o meno convincente sulla base della sua cultura e della sua sensibilit: un tipo di operazione di cui era gi ben cosciente nel 1860 Jacob Burckhardt il quale, nell'Introduzione a La civilt del Rinascimento in Italia (di cui avremo ancora occasione di parlare), ebbe a scrivere: "Nell'ampio mare nel quale ci avventuriamo, le vie e le direzioni possibili sono molte; e gli stessi studi intrapresi per questo lavoro potrebbero, in mano ad altri, non solo avere tutt'altra applicazione e trattazione, ma porgere altres occasione a conclusioni essenzialmente diverse".
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In questo libro perci non c' "il" Medioevo, ma "un" Medioevo, il solo che potessi costruire sulla base della mia esperienza di studio e di ricerca, ma che ci nondimeno ritengo meritevole di essere proposto a chi si appresta a intraprendere la tappa finale del suo processo formativo. In operazioni di questo genere c' naturalmente il pericolo di forzare personaggi ed eventi per inserirli in una determinata prospettiva, ma lo si pu esorcizzare mediante un'adeguata vigilanza critica e soprattutto attraverso lo sforzo di cogliere volta per volta le direzioni diverse che avrebbe potuto prendere la storia. Si tratta in ogni caso di un pericolo che vale la pena di correre e che  meno grave rispetto a quello rappresentato da trattazioni che spezzettano il corso della storia in un numero pi o meno grande di temi e problemi, rinunciando a quella dimensione narrativa, da cui non pu prescindere un'opera storica di sintesi.
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Un'altra dichiarazione esplicita che ritengo di dover fare al lettore  la mia intenzione di mettere al centro del racconto l'Europa di tradizione latino-germanica. Non che ritenga priva di utilit una pi ampia prospettiva che abbracci una larga parte o addirittura l'intera fascia centrale dell'emisfero settentrionale; anzi in alcuni casi essa dovr essere necessariamente adottata, ma, quando ci avverr, sar solo per capire meglio quanto avviene nell'area che si  scelto di studiare, e ci non per disinteresse per quello che contemporaneamente avveniva altrove, ma per cogliere appieno i caratteri di un mondo che si venne definendo attraverso l'elaborazione di valori suoi propri, pur nel confronto continuo con le realt ad esso esterne: un mondo che si form lentamente e che altrettanto lentamente si dissolse, ma che ci nondimeno si lascia cogliere in tutta la sua originalit e che ancora ci fa sentire la sua voce, soprattutto l dove si espresse con particolare forza.
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In questi ultimi anni si sta mettendo da pi parti in discussione la legittimit e l'utilit del concetto di Medioevo e della stessa periodizzazione. Io sono invece convinto dell'importanza dell'uno e dell'altra. La periodizzazione  indispensabile perch legata alla formulazione del giudizio storico: tutto sta a farla in maniera equilibrata e, comunque, con una certa elasticit, come tenteremo di fare pi avanti. Quanto al concetto di Medioevo, come si vedr nell'Introduzione e come emerge gi dal titolo di questo libro, non riesco a trovare nessun motivo valido per contestarlo. Da contestare avrei piuttosto i tentativi fatti anche di recente di giustificare lo studio del Medioevo con forme banali di attualizzazione, che denotano un'inadeguata conoscenza sia del Medioevo sia della storia contemporanea.
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Il Medioevo  nel suo complesso un'et dura e faticosa, ma soprattutto lontana e diversa dalla nostra, anche se tanti suoi elementi costitutivi fanno ancora parte dell'universo mentale e materiale degli Europei di oggi. Se ci volgiamo ancora ad esso con interesse,  non solo per conoscere le origini del mondo in cui viviamo, ma anche per allargare il nostro orizzonte mentale confrontandoci con un'epoca caratterizzata da una straordinaria capacit di adattamento e da una altrettanto straordinaria attitudine a sperimentare nuove soluzioni per i problemi della societ: un'epoca in cui, come hanno osservato due maestri della medievistica contemporanea, Cinzia Violante e Arno Borst, le istituzioni nelle quali siamo abituati a vivere e che oggi danno segni evidenti di crisi (lo Stato moderno, la famiglia mononucleare, la citt) ancora non esistevano o non esistevano nella forma a noi familiare, per cui questo pu arricchire la nostra fantasia operativa, aiutandoci a pensare nuove soluzioni per un futuro che ormai ci incalza sempre pi da vicino.
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Per chi come me ha dedicato larga parte del suo impegno di ricerca al lavoro filologicoerudito e all'edizione di fonti, scrivere un manuale di Storia medievale non era un'esperienza scontata; se mi ci sono cimentato,  stato, da un lato, per impulso di Giuseppe Galasso, che mi chiam a collaborare al Corso di storia per i licei dell'editore Bompiani, da lui diretto, dall'altro per la suggestione grandissima che hanno sempre esercitato su di me le vigorose sintesi di Giovanni Tabacco, le cui posizioni il lettore esperto non avr difficolt a ritrovare, specie nella parte relativa all'Alto Medioevo, anche al di l delle pur frequenti citazioni.
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Ma all'origine di questa avventura c' anche e soprattutto l'influenza che hanno avuta su di me storici diversi per formazione e per interessi storiografici, ma accomunati dalla larghezza dei loro orizzonti di ricerca e dalla capacit di elevarsi a problemi di ampia portata, partendo da indagini su ambiti spaziali e temporali ben definiti: innanzitutto il mio maestro Mario Del Treppo, dal quale continuo ad apprendere moltissimo anche ora che formalmente sono suo collega, e poi, in ordine di tempo, lo stesso Giuseppe Galasso, Gilles Gerard Meersseman, Norbert Kamp e Gabriella Rossetti. A loro devo quello che di buono eventualmente contiene questo libro, che dedico ai miei figli Emilio e Paola, non tanto per ripagarli del tempo che ho loro sottratto e che purtroppo non pu essere recuperato, quanto piuttosto perch  stato pensando a loro e ai miei studenti loro coetanei che mi sono sforzato in questi anni di fare del mio lavoro uno strumento per capire di pi, attraverso l'esperienza del dialogo con le generazioni passate, quelle che con noi sono a pi stretto contatto.
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Introduzione.
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Il Medioevo: dalla polemica alla mitizzazione.
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L'idea di Medioevo nasce con l'Umanesimo italiano fra Quattordicesimo e Quindicesimo secolo, quando letterati e artisti acquisirono la consapevolezza di vivere in un'epoca di radicale trasformazione della cultura e dei valori estetici e morali, individuando nell'itinerario della civilt tre fasi: l'antichit classica, l'et di imbarbarimento e decadenza seguita alla caduta dell'impero romano, l'et nuova da essi inaugurata e nella quale, grazie a loro, erano rinati i valori della civilt classica. L'orgoglio di vivere in un'epoca di grande progresso intellettuale fu uno dei motivi unificanti della cultura umanistica europea, all'interno della quale non ci fu per un atteggiamento univoco nei confronti dell'et precedente, variamente definita: media tempestas, media aetas, media antiquitas, medium aevum. Gli umanisti francesi non potevano, infatti, condividere pienamente il disprezzo per i secoli nei quali si erano formate le loro istituzioni politiche, e lo stesso valeva per quelli tedeschi, che vedevano in essi il momento dell'affermazione della loro nazione, grazie soprattutto al ruolo svolto dall'impero. Motivo di critica nei confronti del Medioevo fu piuttosto per questi ultimi, nel clima della Riforma protestante, l'operato della Chiesa di Roma, che avrebbe tradito la sua missione, allontanandosi dal modello della comunit cristiana delle origini e provocando la rovina dell'impero tedesco.
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In questa maniera la polemica sul Medioevo, nata in ambito letterario e artistico, si arricchiva di connotazioni religiose, portando a due risultati positivi: da un lato si cominciava a delineare uno degli elementi originali della societ medievale, vale a dire il suo carattere profondamente religioso (su cui si ritorner pi avanti); dall'altro la discussione sempre pi aspra tra protestanti e cattolici cre i presupposti per i progressi che la filologia e la metodologia storica registrarono soprattutto nel corso del Seicento, grazie alla realizzazione di grandi opere e di strumenti di lavoro ancora oggi di fondamentale importanza per lo studio del Medioevo, quali gli Acta Sanctorum (in sigla AA. SS.), una raccolta sistematica di testi agiografici, il cui primo volume fu pubblicato ad Anversa (Belgio) nel 1643, e il Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis di Charles Dufresne Du Cange (Parigi 1687), che, contenendo una gran quantit di termini relativi a oggetti, usi, istituzioni, si configurava come una sorta di enciclopedia e non come un semplice vocabolario del latino medievale, come recitava il titolo. Ad esso si affianc l'anno dopo il Glossarium mediae et infimae graecitatis (sul Du Cange torneremo nel cap. 3).
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La discussione, anzi la polemica, sul Medioevo riprese in tutto il suo vigore nel corso del Settecento, in connessione con la critica condotta dagli illuministi contro quegli aspetti delle istituzioni politiche e sociali del loro tempo, che essi consideravano residui della barbarie e delle superstizioni dell'et medievale. Anche questa volta lo spirito polemico si rivel assai favorevole allo sviluppo della ricerca storica: nel mentre infatti si acquisiva definitivamente la consapevolezza che bisognava risalire al Medioevo per cogliere le origini del mondo moderno, la passione civile alimentava l'attivit di grandi storici e intellettuali, che innestarono sull'erudizione seicentesca nuove e stimolanti prospettive di ricerca, anche se alcune di esse avranno bisogno ancora di molto tempo prima di sviluppare tutta la loro carica innovativa.
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Di questa stagione storiografica avremo ancora occasione di parlare a proposito di Edward Gibbon nel cap. 1. Qui intanto sono da menzionare:
- il filosofo e storico napoletano Giambattista Vico (1688-1744), il quale nella sua Scienza nuova diede prova di un'eccezionale capacit di penetrazione storica, individuando nel Medioevo, identificato con l'et degli eroi, un'epoca caratterizzata da una particolare mentalit e da peculiari istituzioni sociali e politiche, e preannunciando quello che sar poi un classico della storiografia del Novecento, la Societ feudale di Marc Bloch, sulla quale ritorneremo tra poco;
- lo storico, erudito e letterato modenese Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), che realizz in maniera esemplare il collegamento tra erudizione e ideali illuministici di riforma della societ, e colse, al di l della divisione politica, l'unit della tradizione culturale dell'Italia, alla quale dette, tra le altre, un'opera ancora oggi di fondamentale importanza, Rerum Italicarum Scriptores (in sigla RIS), pubblicata in 25 volumi tra il 1723 e il 1751, e della quale nel 1900  stata avviata una nuova edizione da parte dell'Istituto storico italiano per il Medioevo (di altre sue opere si parler nel cap. 4, in relazione alla questione longobarda);
- lo scrittore e storico francese Franois-Marie Arouet Voltaire (1694-1778), che con il suo Essai sur les moeurs et l'sprit des nations propose una visione completamente laica della storia, eliminando ogni concezione di tipo provvidenzialistico e prospettando come compito dello storico quello di individuare l'apporto dato dagli uomini e dalle varie epoche storiche al processo di civilizzazione attraverso l'affermazione della ragione;
- il pastore protestante inglese William Robertson (1721-1793), il quale con la sua opera The Progresses of the European Society from the Fall of the Roman Empire to the Beginnings of the 16th Century (I progressi della societ europea dalla caduta dell'Impero romano agli inizi del secolo sedicesimo), andando al di l della rigidit degli schemi illuministici, colse le grandi trasformazioni della societ europea dopo il Mille ed ebbe vivissimo il senso della continuit storica.
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E tuttavia nella Germania di fine Settecento, con la contestazione degli ideali illuministici di razionalit e cosmopolitismo, e con il tentativo, stimolato dalla nuova cultura romantica, di cogliere nel corso della storia la formazione dell'identit culturale e morale del popolo tedesco, che si pongono le premesse per il superamento definitivo della polemica sul Medioevo. Mentre filosofi e letterati esaltano il Medioevo come epoca di serenit spirituale e il Cristianesimo come forza creatrice dell'Europa, storici del diritto e dell'economia, sotto lo stimolo delle Idee sulla filosofia della storia dell'umanit di Johann Gottfried Herder (1744-1803), cercano di identificare i caratteri originali del diritto e dell'organizzazione economica tedesca; il tutto in stretto collegamento con il dibattito politico sul modo in cui si dovesse tentare di superare quella mancanza di unit statale della Germania che gli spiriti pi sensibili avvertivano sempre pi come un fatto negativo. Che il Medioevo potesse fornire lumi al riguardo, lo si vide nella discussione, relativa alla valutazione della politica italiana degli imperatori germanici, tra i cosiddetti Piccoli e Grandi tedeschi, di cui avremo occasione di parlare nel cap. 9.
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Qui  da sottolineare piuttosto che un uguale collegamento tra riscoperta del Medioevo e dibattito politico si registrava in quegli anni anche in un altro paese europeo, che ugualmente era alle prese con il problema della sua unificazione politica, vale a dire l'Italia, anche se da noi la passione civile non port alla realizzazione delle grandi opere storiche e delle imprese editoriali che caratterizzarono la storiografia tedesca dell'Ottocento, tra cui innanzitutto la grandiosa raccolta dei Monumenta Germaniae Historica (in sigla MGH), nella quale confluirono le pi varie fonti (documentarie, narrative, letterarie, legislative) per la storia delle popolazioni germaniche e dei territori che avevano fatto parte del Sacro Romano Impero, tra i quali l'Italia (dell'opera, attualmente ancora in corso, si occupa un'apposita societ con sede a Monaco di Baviera).
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Da noi al centro del dibattito c'erano il rapporto tra latinit e germanesimo (soprattutto la questione longobarda) e il ruolo svolto nel corso del Medioevo dal papato, al quale Niccol Machiavelli aveva attribuito la responsabilit di aver impedito l'unificazione politica della penisola, prima chiamando i Franchi contro i Longobardi e poi ostacolando qualsiasi altro tentativo di egemonia: tesi, questa, ripresa gi nel Settecento dallo storico napoletano Pietro Giannone (1676-1748) e ora fatta propria dai cosiddetti storici neo-ghibellini (Antonio Ranieri, Giambattista Niccolini), i quali individuarono nel papato una forza che svolse un ruolo negativo nel Medioevo italiano, ritrovando elementi di progresso solo in quei personaggi e in quei popoli che operarono per l'unificazione politica dell'Italia (Teodorico, i Longobardi, Federico Secondo, Manfredi, Giovanni da Procida).
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A loro si contrapposero i cosiddetti neoguelfi (Alessandro Manzoni, Carlo Troya, Gino Capponi, Cesare Balbo, Francesco Schupfer), che valutavano in maniera opposta la funzione del papato nel Medioevo, riconoscendogli il merito di aver ereditato e custodito il patrimonio di Roma, il genio latino contro i Germani, e di aver operato nel corso dei secoli per la libert e l'indipendenza dell'Italia; auspicavano perci la nascita di una confederazione degli Stati italiani sotto la presidenza del papa. Sulla storiografia neoguelfa - o cattolico-liberale, come anche viene chiamata - avremo ancora occasione di ritornare nel cap. 4 in riferimento alla questione longobarda; qui  da aggiungere che essa, al contrario di quella dei neo-ghibellini, rappresent anche un progresso sul piano della conoscenza della storia medievale, perch i suoi esponenti, come ebbe a notare Benedetto Croce, "erano uomini di passione e di fede, ma anche di meditazione e di critica, di esperienza politica e morale, eruditi, studiosi", laddove i loro antagonisti davano prova di "mancanza quasi totale di solida preparazione erudita e di critica delle fonti".
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N si trattava solo di questo: secondo Croce il principio dell'unit d'Italia non era idoneo a spiegare la sua storia, perch l'unit d'Italia non era mai storicamente esistita. Erano invece esistiti i papi che contrastarono gli stranieri e si misero a capo di leghe nazionali; erano esistiti i Comuni, per cui "la storiografia neoguelfa aveva davanti a s qualcosa di reale, che poi innalzava a principio generale di spiegazione; la storiografia ghibellina non aveva se non un desiderio, che non si era mai attuato, e quel desiderio pretendeva di sollevare a principio e criterio".
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La rivalutazione del Medioevo non fu per un fenomeno limitato alla Germania e all'Italia, dato che, sia pur con accenti diversi, lo stesso avvenne anche in Francia e in Inghilterra, dove la cultura romantica accredit un'immagine del Medioevo come et del sentimento, dell'irrazionale, della fede religiosa. In Inghilterra vi contribuirono soprattutto i romanzi storici di Walter Scott (il pi famoso  Ivanhoe, del 1820); in Francia le opere dello scrittore e politico Francis-Rene de Chateaubriand (1768-1848), tra cui soprattutto Le Genie du Christianisme (1802), e dello storico Jules Michelet (1798-1874), il quale per, dopo aver esaltato il Medioevo come epoca religiosa per eccellenza, verso la met dell'Ottocento riconsider le sue idee, trasferendo la sua ammirazione sul Rinascimento, in cui vide l'origine dello spirito moderno (ne parleremo pi diffusamente nel cap. 26).
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Il Medioevo nella storiografia europea dell'Otto-Novecento.
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Quello prodotto dalla cultura romantica era ovviamente un Medioevo di maniera, che solo in parte corrispondeva alla realt storica, ma esso ebbe nondimeno una larga diffusione, contribuendo, da un lato, a generare un largo interesse per il passato e le sue memorie, dall'altro a stimolare ulteriormente la ricerca storica a livello scientifico, che proprio nel corso dell'Ottocento, non a torto definito "il secolo della storia", registr notevoli progressi sul piano metodologico: progressi destinati a intensificarsi ulteriormente nel corso della seconda met del secolo, quando, nel clima del Positivismo, la storia, mirando a raggiungere una conoscenza oggettiva del passato, divenne materia per specialisti, cessando cos di essere al centro dell'attenzione di letterati e pensatori. Lo storico che meglio esprime il trapasso dalla cultura romantica a quella positivistica e che diede un notevole contributo alla definizione del metodo storico fu il tedesco Leopold Ranke (1795-1886), professore nell'Universit di Berlino, il quale, pur condividendo la concezione romantica della storia come opera di personaggi e popoli mossi da grandi forze morali, rivendic il carattere obiettivo del lavoro dello storico, che dovrebbe ricostruire i fatti come si sono realmente svolti, senza lasciarsi fuorviare da motivazioni di carattere ideologico.
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Fu lui, ad esempio, ad affermare il principio che una fonte  tanto pi attendibile quanto pi  vicina agli eventi, perch con il passare del tempo il cronista  sempre pi condizionato dalla conoscenza della storia successiva, oltre che dalla sua cultura (in precedenza si riteneva invece che fosse pi attendibile un cronista lontano dagli eventi, perch pi obiettivo): problema che risulter pi chiaro nel cap. 17, nel quale si parler delle testimonianze relative alla prima crociata. Le acquisizioni metodologiche del Ranke si inserivano, come si  detto, nel clima del Positivismo, il grande movimento di pensiero che influenz fortemente anche la ricerca storica, all'interno della quale si pens che si potessero trasferire i principi e i metodi che avevano reso possibili i grandi progressi delle scienze naturali: allo storico sarebbe bastato applicare il metodo induttivo, reperendo nuove fonti, vagliandole criticamente e accumulando cos conoscenze dei fatti; dal loro accostamento sarebbe venuta automaticamente la loro spiegazione e quindi l'interpretazione del passato, senza che entrassero minimamente in gioco le opinioni e i valori dello storico. Oggi nessuno pi crede a tutto questo, e perfino in ambito scientifico il procedimento induttivo e l'osservazione passiva non sono pi considerati fondamentali, dato che ogni osservazione presuppone sempre un'ipotesi, all'origine della quale c' in genere un'intuizione o, comunque, una qualche forma di immaginazione: come ha scritto Karl Raimund Popper (1902-1994), non si procede dai fatti alla costruzione delle teorie, ma dalle teorie al loro controllo mediante i fatti.
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Le teorie positivistiche ebbero nondimeno il merito di dare un forte impulso alla ricerca e all'edizione di nuove fonti, cui si dedicarono in Italia soprattutto le Societ di storia patria, che si costituirono nel corso della seconda met dell'Ottocento in tutte le capitali degli Stati preunitari e che sono ancora oggi operanti. Intanto in Germania, parallelamente alla storiografia erudita di stampo positivistico, si svilupparono ulteriormente anche le ricerche nell'ambito della storia del diritto e dell'economia.
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Per quanto riguarda quest'ultima, si cerc anche di individuare le forme fondamentali dell'attivit economica e la loro successione nel corso del tempo, giungendosi con Karl MaRx (1818-1883) a una teorizzazione, quella del materialismo storico, destinata ad avere grande successo sia nell'ambito della ricerca storica sia in quello politico. Su di essa avremo modo di tornare nel cap. 20, in relazione a un preciso problema storico, quello della crisi e delle rivolte sociali del Quattordicesimo secolo. Qui ricordiamo che Marx individu quattro modi fondamentali di produzione dei beni economici (asiatico, schiavistico, feudale, capitalistico-borghese), ai quali corrispondono altrettanti tipi di rapporti tra le classi sociali; il passaggio da un modo di produzione all'altro avviene attraverso i conflitti sociali che si generano al loro interno, determinandone il crollo. La parte che riguarda il Medioevo  quella relativa al modo di produzione feudale.
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Le teorie marxiane, divulgate in Italia dal filosofo Antonio Labriola (1843-1904) attraverso le lezioni che tenne all'Universit di Roma negli anni 1893-1896, raccolte poi nei Saggi intorno alla concezione materialistica della storia (1895-1897), suscitarono un grande interesse tra gli storici pi giovani, i quali furono affascinati dal modo unitario e coerente con cui esse consentivano di intendere la storia e dal senso di concretezza che arrecavano agli studi, spostando l'attenzione sul mondo dei rapporti sociali ed economici, dopo che per secoli era stata monopolizzata dagli eventi politico-diplomatici e dalle vicende di papi, imperatori e principi. Tra quei giovani anche Benedetto Croce (1866-1952), il quale allora aveva gi alle spalle una ricca esperienza di studi eruditi di stampo positivistico, rispetto ai quali i principi del materialismo storico rappresentavano l'apertura a problemi di pi ampio respiro, anche se ben presto, come si vedr tra poco, li rigett in quanto inconciliabili con la sua concezione della libert dello spirito. Ma intanto le teorie marxiane contribuivano, direttamente o attraverso tramiti diversi, al rinnovamento della storiografia italiana, e ci sia attraverso quegli storici che le accolsero in maniera pi o meno integrale, applicandole alla storia del passato, sia grazie a coloro che da esse trassero soltanto una maggiore sensibilit per la storia delle classi sociali e di quelle pi umili in particolare. Gli uni e gli altri Croce accomun sotto la definizione di "Scuola economico-giuridica", avendo individuato nei suoi esponenti, accanto alla sensibilit per la storia economica e sociale, suscitata dal materialismo storico, un persistente interesse per i problemi della storia delle istituzioni (feudalesimo, Comuni) dibattuti dagli storici del diritto italiano e dai loro stessi maestri, qualcuno dei quali, come Pasquale Villari (1827-1917), gi si era mostrato non alieno dal cercare nei conflitti sociali la genesi dei cambiamenti politici. Si tratt per pi che altro di un indirizzo e non di una scuola vera e propria, dato che gli storici individuati da Croce non formavano un gruppo omogeneo n per formazione n per orientamento storiografico n tanto meno per unit di intenti.
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Essi sono infatti riconducibili a tre filoni principali:
- il filone fiorentino, il pi influenzato dal materialismo storico e aperto all'adozione di schemi sociologici, rappresentato principalmente da Gaetano Salvemini (1873-1957), autore dell'opera Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295 (Firenze 1899), nella quale per la prima volta viene individuato nella lotta tra proprietari di terre e consumatori, cio tra magnati e popolani, un filo conduttore nel groviglio dei conflitti politici e sociali della Firenze di fine Duecento (nel cap. 16 spiegheremo quale fu in realt la natura di quei conflitti);
- il filone pisano, ostile a ricostruzioni sistematiche di tipo economicistico e sociologizzante, e pi incline a vedere nei processi storici l'interazione di fattori diversi (economici, sociali, giuridici, culturali); ne fu massimo rappresentante Gioacchino Volpe (1876-1971), autore di studi assai innovativi sul Comune (che egli sganci definitivamente dall'impostazione risorgimentale di fenomeno da collocare all'interno del vecchio scontro tra latinit e germanesimo) e sulle eresie, di cui, come vedremo nel cap. 15, sottovalut la dimensione pi propriamente religiosa, collegandole piuttosto con il moto complessivo della societ dei secoli dodicesimo-tredicesimo, da lui rappresentata come animata da una grande vitalit;
- il filone che potremmo definire cattolico, rappresentato soprattutto da Niccol Rodolico (1873-1969), il quale nel suo libro Il popolo minuto. Note di storia fiorentina (1343-1378), pubblicato a Bologna nel 1899, coniug l'interesse di origine marxista per la storia dei ceti pi umili con la sua sensibilit di origine cattolica. Colui che per primo tent una valutazione complessiva di quella che  da considerare una delle correnti pi innovative della medievistica italiana, anche se essa si esaur troppo presto, interrompendo una linea di sviluppo che sarebbe stata ripresa solo a distanza di decenni e sotto lo stimolo di esperienze provenienti dall'esterno, fu Benedetto Croce, che nella sua Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono (Bari 1921), oltre a coniare, come si  detto, la definizione di Scuola economico-giuridica, ne diede anche una valutazione nel complesso positiva: pur denunciando, infatti, nei suoi esponenti una certa inclinazione verso il sociologismo e un senso di angustia derivante dalla tendenza a considerare il processo economico-sociale come sostanza della storia, apprezzava nello stesso tempo in loro la ricchezza delle rappresentazioni storiche e la capacit di partecipare emotivamente agli avvenimenti che narravano, senza che questo facesse velo alla precisione filologica e al loro realismo, bramosi com'erano "di osservar le cose nei loro tratti particolari e diversi". Nel 1929, per, Croce pubblicava sulla sua rivista "La Critica" un saggio dal titolo Intorno alle condizioni presenti della storiografia, in Italia, nel quale riconsiderava il giudizio formulato otto anni prima, accentuando, soprattutto in riferimento a Volpe e al suo Medio evo, apparso a Firenze nel 1926, gli elementi negativi, di derivazione materialistica, che egli aveva gi denunciati in precedenza nella produzione degli esponenti della scuola. Quali novit erano maturate in quegli otto anni, considerato che gi fra il 1905 e il 1910 si era dissolto ormai da tempo quello che Enrico Artifoni ha definito lo "spazio storiografico economico-giuridco" e che i superstiti di quell'esperienza avevano gi fondato nel 1917 la "Nuova rivista storica"?
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La novit era che Croce era arrivato al termine di un lungo percorso di riflessione sulla storia e sul lavoro dello storico, ricostruito in maniera esemplare da Giuseppe Galasso: percorso iniziato nel 1894, all'et di appena ventotto anni, quando aveva presentato all'Accademia Pontaniana di Napoli una memoria intitolata La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte. .
In essa aveva superato nettamente la concezione positivistica della storia come successione di eventi interpretabili con i modelli offerti dalle scienze naturali, rivendicando piuttosto allo storico il compito di rappresentare la realt sulla base delle sue intuizioni e dei problemi che gli urgono dentro, in una libera attivit creativa analoga a quella dell'artista. Tra il 1902 e il 1909 aveva dato una sistemazione complessiva al suo pensiero, considerando nella Logica come scienza del concetto puro (1905) - seconda opera di una trilogia che comprendeva anche Estetica come scienza dell'espressione e linguistica generale (1902) e la Filosofia della pratica (1909) - la storia come forma particolare di conoscenza, vale a dire come conoscenza dell'individuale e dell'irripetibile, approdando poi nel 1917, con la Teoria e storia della storiografia, dall'idealismo allo storicismo e quindi a invertire il rapporto tra filosofia e storia: il processo storico non  governato e orientato da alcun valore, ma i valori ne sono il risultato volta per volta emergente e su di essi  chiamata a riflettere la filosofia, elaborando concetti che rendano comprensibili i fatti della storia.
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Infine nel 1925, nell'Introduzione alla Storia del Regno di Napoli, Croce formul, come risposta alla crisi di valori del dopoguerra, il canone della storia etico-politica come storia per eccellenza: mentre in precedenza aveva creduto che tutte le storie sono uguali per dignit, ora arrivava alla conclusione che l'unica vera storia, in funzione della quale avevano senso tutte le altre, era la storia etico-politica, vale a dire la storia della vita morale dei popoli, di cui sono protagonisti i ceti dirigenti e gli uomini politici. Alla luce di queste idee inadeguata appariva tutta la storiografia economico-giuridica, mentre il Medio evo di Volpe, pur ricco di pregi nelle singole parti, gli sembrava una rappresentazione unilaterale e quindi astratta della realt, un corpo senz'anima: essendo infatti limitato alla dimensione economico-giuridico-politica e privo di reale svolgimento spirituale, non riusciva a rievocare quella che era stata "una grande et dello spirito umano, che ha concorso a farci quali oggi siamo, e che in tanta parte vive ancora in noi".
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L'opera del Volpe era in realt tutt'altro che un corpo senz'anima e ancora oggi conserva immutato il suo fascino per quel senso di energia vitale che da essa continuamente promana. Ma questo non imped che il giudizio ingeneroso di Croce gravasse a lungo su di essa, e ci a causa anche dell'affermazione che ebbero in Italia i canoni della storiografia crociana, applicati da lui stesso nella ricostruzione della storia del Regno di Napoli e poi da Giorgio Falco (1888-1966) in quel suggestivo profilo storico del Medioevo che  La Santa Romana Repubblica, pubblicata a Napoli nel 1942: opera, quest'ultima, tipicamente crociana sia nei motivi ispiratori (l'esigenza di ricostruire il formarsi dell'unit spirituale e culturale dell'Europa su base cristiana e romana, in un momento in cui essa appariva in profonda crisi) sia nello svolgimento della trattazione, pervasa da un senso vivo della positivit della storia, identificata con la vita stessa dello spirito, che crea sempre, anche nei momenti pi difficili e in apparenza oscuri.
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L'opera di Falco non ebbe una buona accoglienza fuori dell'Italia, dove fu considerata in ritardo rispetto agli orientamenti della storiografia europea, che intanto aveva espresso, tra la fine Ottocento e i primi decenni del Novecento, diversi indirizzi di ricerca. Non  possibile in questa sede trattarli tutti, per cui ci limitiamo a quelli i cui esponenti si avr occasione di menzionare nei prossimi capitoli, e ci anche allo scopo di rendere pi concreto il nostro discorso. Cominciamo dalla Kulturgeschichte (storia della cultura o, meglio, della civilt), indirizzo storiografico di matrice tedesca che partiva dal presupposto dell'esistenza di un'unit organica tra le diverse manifestazioni della vita di un popolo (religione, letteratura, organizzazione economica, istituzioni, ecc.): unit organica che si manterrebbe in tutte le fasi della sua esistenza. Ne fu esponente di rilievo, accanto a Karl Lamprecht (1856-1915), lo svizzero Jacob Burckhardt (1818-1897), della cui opera principale, La civilt del Rinascimento in Italia, avremo occasione di occuparci nel cap. 26; qui notiamo soltanto che essa  dedicata non a un popolo, ma a un'epoca, descritta attraverso il complesso delle manifestazioni della politica, del costume sociale, della concezione del mondo, dell'arte.
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Dello Storicismo e dell'influenza che, nella versione crociana, ebbe sulla medievistica italiana abbiamo gi parlato. Accanto ad esso emerse un altro orientamento filosofico che ugualmente influenz la ricerca storica, l'Irrazionalismo, espressione della crisi di valori che caratterizz la cultura europea dopo la prima guerra mondiale.  da ricondurvi uno dei libri di storia pi affascinanti del Novecento, L'autunno del Medioevo dell'olandese Johan Huizinga (1872-1945), apparso nel 1919 e sul quale ritorneremo nel cap. 16, in relazione al problema della cavalleria. In esso la fine del Medioevo  descritta come una civilt al tramonto, nella quale gli uomini avevano la sensazione di vivere un'epoca di crepuscolo, rispetto alla quale cercarono rifugio nei riti, nelle cerimonie, nei giochi cavaliereschi, che si configurarono perci come un'evasione dalla realt. Alla stessa temperie culturale  da attribuire anche un altro classico della storiografia nel Novecento, il Federico Secondo di Ernst Kantorowicz, pubblicato nel 1927, del quale avremo occasione di parlare diffusamente nel cap. 18.
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In quei primi decenni del Novecento, intanto, i progressi realizzati dalla storia economica e sociale, da un lato, e dalla storia della cultura e delle istituzioni dall'altra creavano i presupposti perch si tentasse di collegare i due ambiti di ricerca. Colui che oper la sintesi pi originale e stimolante per la medievistica, con effetti che perdurano ancora oggi, fu il belga Henri Pirenne (1862-1935), che attraverso una serie di saggi apparsi, alcuni postumi, tra il 1925 e il 1937 pose su basi nuove il problema della fine del mondo antico e della nascita dell'Europa, collegandolo con l'espansione islamica e con la conseguente rottura dell'unit del Mediterraneo:  la cosiddetta "tesi Pirenne", che avremo modo di illustrare nel cap. 5.
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In quegli stessi anni un altro settore di studio che registr rilevanti acquisizioni fu quello della storia della spiritualit (Geistesgeschichte, in tedesco), che privilegi lo studio delle manifestazioni spontanee della religiosit rispetto alla tradizionale storia delle istituzioni ecclesiastiche e della teologia. Ne fu massimo esponente il tedesco Herbert Grundmann (1902-1970), il quale colse gli elementi che, al di l degli esiti diversi, accomunarono le esperienze religiose dei secoli dodicesimo-tredicesimo. Ce ne occuperemo nel cap. 15, nel quale parleremo anche della diffusione in Italia, ad opera di Ernesto Buonaiuti (1881-1946), di un movimento di riforma religiosa che influ sulla storiografia italiana relativa alle eresie, il Modernismo.
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La storiografia delle Annales.
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 necessario soffermarsi ora su una corrente storiografica che ha avuto una grande incidenza sulla medievistica e sull'intera storiografia del Novecento in Italia e nel resto del mondo, quella delle Annales, che trae nome dalla rivista fondata nel 1929 da due professori dell'Universit di Strasburgo, in Francia, Mark Bloch (1886-1944) e Lucien Febvre (1878-1956), formatisi all'cole Normale Suprieure di Parigi, dove erano stati allievi del geografo Pierre Vidal de la Blache (1843-1918) e del sociologo mile Durkheim (1858-1917). La rivista, che era intitolata "Annales d'histoire conomique et sociale", aveva lo scopo di promuovere un rinnovamento della ricerca storica attraverso la collaborazione con i cultori di altre scienze umane, soprattutto economisti, sociologi, geografi, antropologi, psicologi. Febvre si occupava soprattutto di Cinquecento, mentre Bloch era medievista. Nel 1924 aveva pubblicato I re taumaturghi, un altro classico della storiografia del Novecento, del quale ci occuperemo ampiamente nel cap. 18; qui basti dire che oggetto del libro era la credenza, diffusa in Inghilterra e in Francia dall'undicesimo al Diciottesimo secolo, secondo la quale i re avevano il potere di curare delle affezioni del viso e degli occhi (le scrofole) mediante il tocco rituale del malato: la novit era rappresentata dal fatto che oggetto di studio non era solo la concezione della regalit, ma anche la psicologia collettiva, dato che il tocco reale non aveva in realt effetto alcuno, ma pur tuttavia restava intatta la fede nel miracolo.
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Nel 1931 Bloch pubblic un'altra opera, destinata come la prima ad aprire nuove strade alla ricerca storica, questa volta utilizzando tematiche non solo dell'antropologia e della psicologia, ma anche della geografia e dell'economia, I caratteri originali della storia rurale francese, in cui lo studio tradizionale dell'agricoltura, inteso come storia delle colture, delle tecniche e dei contratti agrari, si dilata al concetto di civilt agraria (civilisation agraire), attraverso il quale dimostra che l'esistenza di differenti sistemi agrari non dipende solo dalla diversit delle condizioni ambientali, ma anche dalle consuetudini rurali e da altri fattori di carattere sociale e culturale. Non meno rilevanti anche le novit di carattere pi propriamente metodologico: innanzitutto la scelta, ancora una volta, di un periodo lungo (secoli undicesimo-diciottesimo), che superava le tradizionali barriere cronologiche tra Medioevo ed Et moderna e affermava il principio dell'individuazione del periodo in rapporto alla natura del problema da chiarire; la comparazione tra due realt, quelle di Francia e Inghilterra, in grado di chiarirsi a vicenda attraverso somiglianze e contrasti; l'adozione pienamente consapevole (e da lui poi teorizzata nel libro Apologia della storia o mestiere di storico, pubblicato postumo da Febvre nel 1949) del metodo regressivo, dato che la sua indagine era partita appunto dall'individuazione delle tracce ancora visibili al suo tempo dei regimi agrari delle diverse regioni della Francia: tracce da cui era risalito a ritroso nel tempo fino al momento in cui quelli che ora apparivano dei relitti storici erano le componenti essenziali di un sistema.
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Nel 1939-40, infine, Bloch pubblic la gi citata Societ feudale, che  la sua opera pi complessa e nella quale compendi tutta la sua vita di studioso (Bloch, entrato nella Resistenza antinazista, sar fucilato nel 1944). In essa, utilizzando il concetto di "coesione sociale" ripreso da Durkheim, fa un quadro globale della societ francese dei secoli nono-tredicesimo, mostrando come i vincoli di dipendenza personale rispondessero ai bisogni di un particolare ambiente sociale e avessero uno stretto collegamento con le sue raffigurazioni mentali (memoria collettiva, coscienza collettiva, senso del tempo).
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Gli interessi di ricerca di Bloch orientarono naturalmente anche quelli delle Annales negli anni in cui ne ebbe la direzione; a partire dal 1940 invece, e soprattutto dopo la sua morte, la rivista, pur continuando ad accogliere studi di storia economica e sociale, accord uno spazio sempre maggiore a saggi sulla civilt, sulla religione, sul folklore, sull'alimentazione, sull'arte, sulla riscoperta dell'importanza degli avvenimenti politici e militari, di cui  espressione emblematica il libro di Duby su La domenica di Bouvines. 27 luglio 1214, apparso nel 1973 e del quale ci occuperemo nel cap. 18.
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Anche se il movimento si sta dissolvendo, il suo impulso iniziale continua ad operare per tramiti diversi in direzione sia di una sempre pi efficace collaborazione con le altre discipline che studiano l'uomo sia di un continuo allargamento del territorio dello storico, che ormai si occupa di sfere del comportamento umano e di gruppi sociali, quali gli emarginati, cui nel passato non si era mai prestata attenzione. Nell'una e nell'altra direzione sono impegnati ovviamente anche gli storici italiani del Medioevo, i pi avvertiti dei quali hanno accolto le novit provenienti dall'estero collegandole con la nostra tradizione storiografica, la quale non poche volte ha prodotto opere e filoni di indagine che, come gi si  accennato a proposito della Scuola economico-giuridica e come si vedr anche nei prossimi capitoli, si sono esauriti prima di aver dato tutti i loro frutti.
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Non  possibile in questa sede delineare un panorama dettagliato della medievistica italiana degli ultimi decenni, per la quale si daranno pi avanti, nella bibliografia, le necessarie indicazioni.
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Qui, per concludere, si pu evidenziare un fenomeno che si va diffondendo nell'ultimo ventennio e che consiste nel tentativo di coordinare le ricerche di pi studiosi e di pi sedi universitarie in vista della realizzazione di progetti di studio che vanno al di l delle possibilit di singoli studiosi, e ci grazie anche ai nuovi strumenti legislativi che hanno consentito la creazione di centri interuniversitari, tra cui quello di studi francescani e quello per la storia delle universit italiane, con sede amministrativa, rispettivamente, a Perugia e a Bologna. Privo di formalizzazione a livello istituzionale  invece il Gruppo interuniversitario per la storia dell'Europa mediterranea (GISEM), un'ampia, ma nello stesso tempo fluida aggregazione di studiosi formatasi circa venti anni fa intorno a Gabriella Rossetti dell'Universit di Pisa e che ha dato vita a convegni e collane editoriali per lo studio del sistema dei rapporti in quella vasta area dell'Europa di tradizione latino-germanica che va dall'Elba all'Atlantico, dal Baltico al Mediterraneo.
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Contemporaneamente sono nati centri di studio, che ugualmente hanno esercitato un forte stimolo sulla ricerca e nelle cui collane  possibile trovare soprattutto atti di convegni, che hanno fatto periodicamente il bilancio degli studi in corso in Italia e all'estero: innanzitutto il Centro italiano di studi sull'Alto Medioevo, fondato a Spoleto nel 1952, al quale si sono affiancati pi tardi il Centro di studi sulla spiritualit medievale di Todi, la Societ internazionale di studi francescani di Assisi, il Centro di studi medioevali dell'Universit Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il Centro italiano di studi di storia e d'arte di Pistoia, il Centro di studi sulla civilt del tardo Medioevo di San Miniato, il Centro per gli studi storici italo-germanici di Trento, il Centro normanno-svevo di Bari, il Centro internazionale di studi gioachimiti di San Giovanni in Fiore (CS), il Centro europeo di studi normanni di Ariano Irpino (AV), tanto per limitarci a quelli che svolgono gi da anni un'attivit regolare.
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Un altro canale di collegamento tra gli studiosi di varie sedi universitarie  stato offerto negli ultimi anni dagli strumenti informatici e telematici, bench non sempre le realizzazioni presenti sul web siano pienamente rispondenti agli standard qualitativi che caratterizzano le pubblicazioni scientifiche a stampa. Tra le poche eccezioni vanno segnalate le "Reti Medievali.
Iniziative on line per gli studi medievistici" (www.retimedievali.it), sorte per iniziativa di un gruppo di docenti di diverse universit italiane e volte a offrire testi, strumenti di lavoro e riflessioni storiografiche, in consonanza con gli orientamenti attuali della ricerca e della didattica universitaria italiana ed europea. "Reti Medievali" sono una rivista elettronica, un repertorio delle risorse in rete, una biblioteca digitale, un bollettino informativo, uno spazio per la sperimentazione della didattica ipermediale, un archivio della memoria storiografica; ospitano discussioni, sintesi interpretative e bilanci critici sul progresso degli studi medievistici.
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Unit e articolazione del Medioevo.
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L'aggregazione di pi studiosi intorno a un comune progetto di studio non  un fenomeno solo italiano, essendo anzi diffuso anche all'estero. In questa sede  da segnalare quello promosso negli anni 1993-98 dalla European Science Foundation, che ha visto centocinquanta studiosi europei e nordamericani, specialisti in varie discipline, impegnati nello studio del periodo compreso tra l'Antichit e il Medioevo. Il titolo, "Trasformazione del mondo romano" (Transformation of the Roman World), esprime gi da solo l'impostazione della ricerca, i cui primi risultati, sui quali ritorneremo nel cap. 1, sono stati finora pubblicati in cinque volumi per i tipi dell'editore Brill di Leiden: non fine del mondo romano, ma sua trasformazione in relazione alle condizioni nuove che vennero a determinarsi tra Terzo e Nono secolo in seguito anche all'arrivo dei nuovi popoli nel territorio dell'impero, e senza che questo significhi automaticamente crisi o decadenza.
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In realt, come ha giustamente osservato Paolo Delogu, la tesi che spinge l'Antichit fino all'epoca carolingia, che pure  stata prospettata da altri studiosi e anche da archeologi italiani,  insostenibile perch gi nel corso del Settimo secolo i mutamenti rispetto al passato nell'ambito della cultura materiale, della circolazione delle merci, della struttura e distribuzione degli insediamenti, dell'organizzazione dei regni e delle chiese sono gi tanto evidenti da far pensare non a un ininterrotto processo di trasformazione avviato fin dal Terzo secolo, ma piuttosto all'avvio di un processo inverso di riorganizzazione e riaggregazione delle societ europee sulle nuove basi create dalle mutate condizioni politiche, economiche, sociali e culturali dell'Occidente romano. In questa prospettiva, che  quella da noi adottata nelle pagine che seguono, l'et carolingia si configura non come l'inizio di una fase nuova, ma come il tentativo, promosso dai sovrani franchi e sostenuto dalla Chiesa, di dare un assetto pi definito all'Europa uscita dall'arrivo dei popoli barbarici e dal crollo delle istituzioni politiche romane: tentativo fallito, perch la societ europea non era ancora in grado di fornire le energie materiali e culturali per sostenerlo, per cui fu necessario dopo il Mille ripartire con altre forze e altri protagonisti.
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Se questo  vero, il concetto periodizzante di Medioevo conserva ancora tutta la sua validit, essendo pur sempre indispensabile per connotare nel suo insieme quel periodo nel corso del quale maturarono, sia pur lentamente, trasformazioni rispetto all'Et antica in misura cos consistente che non ha pi alcun senso il richiamo ad essa, mentre con ritmo altrettanto lento si vennero creando le condizioni per l'emergere di un'et nuova, quella moderna, di cui gli umanisti ebbero chiara coscienza gi nel corso del secolo quindicesimo. Tra fine dell'Antichit e inizio dell'Et moderna non c' alcun motivo di negare un dato da sempre presente alla coscienza dell'Europa moderna e cio l'esistenza di un'et intermedia, diversa dalla prima e dalla seconda e con una sua civilt originale, dotata di elementi suoi propri, per ognuno dei quali non sarebbe difficile ritrovare antecedenti o persistenze nell'et seguente, ma che nella loro compresenza nei secoli che consideriamo medievali rappresentano un fattore di originalit: elementi che si vennero formando, aggregando e disfacendo non all'improvviso, ma nell'arco di pi secoli, per cui, sia pur riconsiderati nella loro durata e flessibilit, ci sembrano ancora validi i quattro periodi che tradizionalmente la storiografia italiana colloca tra la fine dell'Impero romano d'Occidente e l'inizio della modernit.
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Il primo abbraccia i secoli IV-VII, che vedono la lenta trasformazione del mondo romano e la comparsa di elementi che avranno in seguito uno sviluppo pi compiuto. E il periodo tradizionalmente chiamato Tarda Antichit o Autunno del mondo antico, definizioni che mettono l'accento soprattutto sull'esaurimento di quelle che erano state le componenti caratteristiche del mondo romano: l'unit politica e l'integrazione economica tra le diverse regioni che si affacciavano sul Mediterraneo, l'importanza delle citt, il buon livello culturale dei ceti dirigenti. Si tratt, tuttavia, di un fenomeno che non ebbe dappertutto lo stesso ritmo. In Italia fino all'arrivo dei Longobardi, nel 568, non ci furono grandi sconvolgimenti, dato che sia gli Eruli e gli Sciri di Odoacre (476-489) sia gli Ostrogoti di Teodorico (489-526), a causa anche della loro scarsa consistenza numerica, non alterarono molto l'ordinamento politico-amministrativo e sociale di et romana.
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Nella Gallia dei Franchi e nella Spagna dei Visigoti l'inserimento dei Germani tra le popolazioni locali fu pi massiccio, ma anche l si riusc in poco tempo a realizzare una piena collaborazione tra le nuove monarchie germaniche e il ceto dirigente romano, grazie soprattutto all'opera svolta dai vescovi. Lo sconvolgimento fu invece massimo, oltre che assai precoce, nei Balcani, dove le devastazioni operate, prima, da Visigoti, Unni, Avari, Bulgari e poi dagli Slavi cancellarono praticamente ogni traccia dell'urbanesimo antico e della civilt romana, conferendo a quella regione un aspetto decisamente rurale. I secoli IV-VII furono, tuttavia, anche il periodo in cui il Cristianesimo si venne definendo meglio sul piano sia dottrinale che organizzativo.  allora, infatti, che attraverso i concili ecumenici (universali) di Nicea (325), Efeso (431), Calcedonia (451) vennero fissati i principali dogmi della dottrina cristiana; nello stesso tempo la Chiesa si dava anche una vera e propria organizzazione, ricalcata su quella civile, per cui gran parte delle citt che non scomparvero o non subirono un irreparabile declino divennero sedi di diocesi.
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Il secondo periodo  quello che noi Italiani chiamiamo Alto Medioevo e che abbraccia i secoli Ottavo-Decimo (o prima met dell'Undicesimo). Sono secoli nei quali la vita delle popolazioni europee si fece ancora pi precaria e insicura in seguito alle incursioni di Normanni, Ungari e Saraceni, oltre che pi dipendente dall'ambiente naturale, sul quale ormai da secoli non si esercitava pi il controllo dell'uomo, in seguito all'abbandono dei grandi lavori di sistemazione del suolo intrapresi in et romana. Sono per anche i secoli nei quali nacquero i rapporti feudali, destinati a caratterizzare fortemente la societ medievale, e si tent, nell'ambiente, prima, della corte carolingia (al tempo soprattutto di Carlo Magno e del figlio Ludovico il Pio) e poi di quella degli imperatori tedeschi della casa di Sassonia, di operare una sintesi fra tradizioni germaniche, romane e cristiane.
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Il terzo periodo, il Pieno Medioevo, che comprende i secoli undicesimo-tredicesimo,  l'et in cui giungono a maturazione tutti i processi avviati in precedenza e la civilt medievale si esprime pienamente nella vita sociale, politica e religiosa nonch nella letteratura, nella filosofia e nell'arte: una civilt che si rispecchia interamente nella Divina Commedia di Dante.
Infine i secoli del Tardo Medioevo (quattordicesimo-quindicesimo), contrassegnati da crisi demografica ed economica e da profondi processi di trasformazione: una crisi meno grave di quella tardo-antica, ma che incise fortemente, anche se in misura diversa, sulla vita di molte regioni europee.  l'Autunno del Medioevo, l'epoca in cui si diffondono nuovi modelli culturali, nuovi valori religiosi, ma soprattutto tramontano definitivamente l'ideale dell'impero universale e le ambizioni di egemonia politica del papato. Per questi secoli finali del Medioevo forse non  azzardato, per, ridare un qualche valore a una data simbolica, quella del 1492, anno della scoperta dell'America; e ci non perch in quell'anno sia cambiato qualcosa nella vita politica, sociale ed economica, ma perch quell'evento, provocando un'enorme dilatazione delle frontiere del mondo conosciuto, segn il coronamento delle trasformazioni in atto nell'Europa del Tre Quattrocento, creando le premesse perch nell'arco di qualche decennio si rimodellasse tutto il sistema dei rapporti internazionali e la coscienza europea venisse costretta a misurarsi con una realt completamente nuova.
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I caratteri originali della civilt medievale.
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Nonostante la sua articolazione nei quattro periodi che abbiamo individuati, il Medioevo ebbe una sua ben precisa identit, grazie alla permanenza in tutta la sua durata di elementi assai significativi.
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Per ognuno di essi, come si  detto, non sarebbe difficile individuare anticipazioni o persistenze, ma quella che  decisiva per l'identit della civilt medievale  la loro compresenza: quando questa verr meno, saremo gi nella modernit.
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Il Medioevo fu innanzitutto un'et profondamente religiosa, in cui il messaggio di Cristo perme tutta la vita pubblica e privata: si giunse cos, da un lato, alla diffusione di sentimenti di solidariet e alla nascita di istituzioni finalizzate all'esercizio della carit, che costituivano una novit assoluta rispetto all'Antichit (diaconie, confraternite, ospizi-ospedali), dall'altro alla compenetrazione, anch'essa del tutto originale, tra autorit politica e autorit religiosa. Nel mondo romano l'autorit politica assorbiva in s quella religiosa, per cui l'imperatore era anche il pontefice massimo del culto pagano, mentre in et moderna le due autorit sono distinte. Nel Medioevo esse si sostengono a vicenda per un fine che complessivamente  di carattere sacrale, trattandosi della salvezza eterna dei cristiani, della quale i governanti non potevano disinteressarsi, anche se la responsabilit di essa ricadeva soprattutto sui sacerdoti. Questa concezione dei rapporti tra Stato e Chiesa, che gi aveva cominciato a delinearsi nel pensiero di sant'Agostino (354-430) e di papa Gelasio Primo (492-496), fu compiutamente elaborata in et carolingia (secolo nono), quando si tradusse anche in pratica effettiva di governo e in provvedimenti legislativi finalizzati a una stretta collaborazione tra vescovi e funzionari pubblici. La compenetrazione tra le due autorit provoc non lievi difficolt al loro corretto funzionamento e finanche violenti conflitti al tempo della cosiddetta lotta per le investiture, ma non fu messa in discussione prima degli inizi del secolo quattordicesimo, ad opera del filosofo Marsilio da Padova, il quale nel suo Defensor pacis scrive esplicitamente: "Il sacerdozio ha l'indipendenza di predicare e di evangelizzare, di dare sacramenti e di provvedere alle funzioni spirituali, alle quali  perfettamente estraneo il potere secolare. In tutte le cose civili, politiche ed economiche il sacerdozio deve essere soggetto come le altre parti dello Stato alle leggi secolari e al potere civile". Naturalmente queste formulazioni, che, come si vedr nel cap. 21, non rimasero prive di rispondenza nella realt, non provocarono uno sconvolgimento immediato nella vita e nelle rappresentazioni mentali degli uomini del Trecento, ma  chiaro che allora era finito un sogno: il sogno della societ cristiana retta in piena armonia dall'autorit politica e da quella religiosa. Se a questo aggiungiamo le altre novit che, come si  accennato e come si vedr meglio in seguito, cominciavano a emergere in quel periodo, si comprende come i secoli Quattordicesimo e Quindicesimo siano effettivamente quelli della dissoluzione del Medioevo.
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L'influenza del messaggio cristiano sulle istituzioni politiche e sociali fu, a sua volta, rafforzata da un'altra componente della societ medievale: lo spirito comunitario delle societ germaniche.
I Germani, infatti, quando vennero a contatto con il mondo romano, erano portatori di una civilt che, per quanto influenzata da quella pi evoluta dei vicini, era pur sempre improntata a valori diversi da quelli dei Romani. Essi erano sostanzialmente popoli di uomini in armi che, pur ammettendo al loro interno la preminenza di taluni individui e famiglie, non conoscevano le rigide gerarchie sociali dei Romani e la propriet fondiaria: a ogni spostamento (i Germani erano seminomadi), infatti, si procedeva a una nuova assegnazione di terre, ma non ai singoli individui, bens ai clan (unioni di pi famiglie con un ascendente comune). Con l'insediamento all'interno dell'impero e il formarsi di estesi patrimoni fondiari ad opera dei capi militari l'originario spirito comunitario dei Germani si affievol progressivamente, ma non scomparve del tutto o, meglio, non scomparve senza lasciare traccia. Diversamente non ci spiegheremmo lo sviluppo lungo tutto l'arco del Medioevo e a tutti i livelli sociali di istituzioni ispirate a un forte spirito comunitario.
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Nelle campagne le comunit di villaggio fissavano il calendario delle attivit agricole (i tempi della semina e del raccolto) e regolavano l'uso degli spazi incolti destinati all'allevamento del bestiame e alla raccolta dei frutti spontanei. In ambiente urbano le comunit cittadine (sia quando dettero vita a Comuni autonomi sia quando rimasero all'interno di pi grandi organismi politici) mantennero, nonostante l'esplodere frequente di lotte intestine, una loro coesione interna, ritrovandosi, nei momenti cruciali, strette intorno al vescovo e al santo patrono. Ma  soprattutto ai livelli intermedi dell'organizzazione sociale che si dispiega appieno lo spirito solidaristico del Medioevo attraverso tutta una serie di istituzioni. Innanzitutto il quartiere, nel quale si svolgeva prevalentemente la vita dell'uomo medievale. Esso era il luogo della solidariet di vicinato, che non di rado superava del tutto le barriere sociali, ma anche un'articolazione fondamentale dell'organizzazione politico-amministrativa, dato che costituiva la base dell'imposizione fiscale e del reclutamento militare (i quartieri cio dovevano fornire una determinata quota di imposta e un certo numero di soldati), per cui era prevista una loro rappresentanza nei vari consigli cittadini.
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A rafforzare la coesione al loro interno contribuiva in primo luogo la parrocchia, i cui confini coincidevano spesso con quelli del quartiere e che, contrariamente a quello che accade ora, vedeva una partecipazione attiva dei fedeli anche nella scelta del curato (parroco). Quartiere e parrocchia erano per lo pi anche l'ambito all'interno del quale operavano confraternite e clan familiari: le prime con finalit religiose e di mutuo soccorso tra i confratelli o anche volte all'esercizio della carit verso i poveri; i secondi, quasi sempre a carattere squisitamente nobiliare, con l'obiettivo di mantenere viva la coesione familiare attraverso il succedersi delle generazioni.  vero che i membri del clan potevano anche abitare in parti diverse della citt, ma la norma era che essi si concentrassero all'interno di un quartiere o addirittura di un palazzo munito di torre, in modo da potersi mobilitare pi facilmente in caso di necessit. Un raggio di azione pi ampio avevano invece le arti o corporazioni, che riunivano tutti coloro che svolgevano lo stesso mestiere. Esse si preoccupavano non solo di regolamentare la produzione, ma anche di sviluppare lo spirito di solidariet tra i propri membri attraverso forme di mutuo soccorso (aiuti ai soci malati nonch alle vedove e agli orfani) e momenti di vita comunitaria, quali le funzioni liturgiche celebrate in una propria cappella e le manifestazioni religiose e civili (processioni, sfilate in occasioni varie), alle quali le arti partecipavano con il loro gonfalone.
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A cementare lo spirito di appartenenza contribuivano non solo riti religiosi e manifestazioni pubbliche, ma anche segni esteriori di ogni tipo, quali bandiere, gonfaloni, stemmi, divise, nonch edifici religiosi e civili. Innanzitutto la cattedrale, simbolo per eccellenza della comunit cittadina, che alla sua costruzione destinava ingenti risorse finanziarie. A essa si affiancavano nelle citt a regime comunale il palazzo pubblico e la piazza antistante, luoghi privilegiati delle lotte politiche ma anche delle manifestazioni pubbliche e delle rappresentazioni del potere. Cattedrale, palazzo comunale e piazza maggiore alimentavano non a caso il patriottismo cittadino.
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Il simbolismo non riguarda per solo alcuni elementi materiali, ma caratterizza il modo complessivo di porsi dell'uomo medievale nei confronti della realt che lo circonda, nella quale egli vede dappertutto l'impronta della mano di Dio. Hanno perci valore simbolico non solo gli elementi naturali (minerali, vegetali, animali, catalogati e spiegati nel loro significato recondito in appositi libri, detti, appunto, lapidari, florari, bestiari), ma anche le cose create dall'uomo.
Una chiesa, ad esempio, se  a pianta rotonda,  l'immagine della perfezione; se ha la pianta a forma di croce,  simbolo della croce di Cristo ed  orientata in genere con l'abside ad est, cio in direzione di Gerusalemme, a sua volta simbolo della Chiesa di Cristo e della vita futura (Gerusalemme celeste); le colonne simboleggiano gli apostoli, il calice usato per la Messa il sepolcro di Cristo.
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Naturalmente il Medioevo non fu una realt immobile nel tempo: le rappresentazioni mentali di un uomo del Quindicesimo secolo non erano identiche a quelle di uno del V-VI secolo, n quelle di un contadino inglese le stesse di un giurista bolognese; ma ciononostante l'attitudine a vedere il mondo esterno popolato di simboli e a cogliere il significato riposto delle parole e delle cose rest sostanzialmente operante per tutto il millennio medievale e interess, a tutti i livelli sociali, sia i laici che i chierici. Il Medioevo fu inoltre, nonostante il vigoroso sviluppo, a partire dai secoli undicesimo-tredicesimo, delle citt, dell'artigianato, delle prime forme di attivit a carattere industriale e del commercio, un mondo essenzialmente rurale, nel quale la stragrande maggioranza della popolazione traeva dalla terra i mezzi di sostentamento e viveva inserita in rapporti sociali ed economici regolati soprattutto dalla consuetudine. .
Nelle campagne aveva la base del suo potere e della sua ricchezza il ceto sociale che ebbe un'egemonia incontrastata: la nobilt, la quale trov a partire dalla fine del secolo Ottavo la sua espressione pi completa e originale nel feudalesimo.
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La funzione originaria dei feudatari fu quella di prestare al sovrano un servizio militare altamente qualificato, vale a dire come cavalieri equipaggiati con armature capaci di accrescerne le capacit offensive, e per questo si diffuse la consuetudine di concedere loro dei feudi - generalmente delle terre - le cui rendite erano appunto una sorta di stipendio. Col tempo per i feudatari, sfruttando il prestigio del loro ruolo militare, finirono con il diventare anche signori degli uomini che vivevano sia sulle terre avute in feudo sia su quelle vicine, configurandosi nei loro confronti come titolari di poteri di natura pubblica: poteri che i sovrani finivano prima o poi con il riconoscere, non avendo i mezzi per far sentire in altro modo la loro presenza sul territorio.
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L'elemento, infatti, che meglio caratterizza il Medioevo  la scarsa incidenza dello Stato nella vita della societ; se volessimo indulgere alla tendenza attuale all'uso di frasi a effetto, potremmo parlare di "Stato leggero". A tal riguardo devo dire che non condivido le preoccupazioni per l'uso del termine "Stato" in relazione all'et medievale: a mio parere il termine e il relativo concetto sono pienamente legittimi, dato che la crisi e poi il crollo dell'impero romano d'Occidente non significarono mai n scomparsa totale dell'idea di ordinamento pubblico n assenza di poteri che sia pur in ambiti sempre pi circoscritti svolgessero funzioni da sempre considerate come tipiche di una struttura statale, tra cui soprattutto la difesa del territorio e l'amministrazione della giustizia. In altri termini, i fenomeni di patrimonializzazione delle cariche pubbliche e di restringimento dello spazio del potere, di cui parleremo nel cap. 8, non comportarono affatto la perdita della nozione di ordinamento pubblico, ma solo forme peculiari del suo funzionamento. Le istituzioni politiche dell'Europa medievale di tradizione latino-germanica, che tanto erano lontane da quelle antiche e da quelle statuali moderne, non sono assimilabili a quelle che allora cominciavano a nascere in territori che mai avevano conosciuto in precedenza una qualche forma di ordinamento politico, ma erano piuttosto l'adattamento delle istituzioni del passato a nuovi bisogni. Quella medievale fu una societ che espresse nel corso dei secoli una vitalit sempre crescente e che fu in grado di funzionare anche senza un intervento significativo da parte dello Stato: non quindi assenza di Stato, ma Stato "leggero", che assicur alla societ servizi minimi, chiedendo nello stesso tempo, com'era naturale, corrispettivi minimi.
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Tutti questi elementi che abbiamo individuati non costituiscono per un sistema compatto, ma piuttosto, come ha acutamente osservato Giovanni Tabacco, un "cosmo", le cui diverse componenti - sociali, politiche, religiose, economiche - si combinarono tra di loro in modo assai vario e dando vita di volta in volta a equilibri sempre dinamici. Impegno religioso, operazioni economiche e interessi familiari, poteri politici ed enti ecclesiastici interferirono, infatti, in maniera cos intensa e varia gli uni negli altri, da creare situazioni non solo molto difformi dai modelli elaborati da giuristi e teologi, ma anche perennemente instabili e aperte agli esiti pi imprevedibili.
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Questo, se fu particolarmente evidente nei secoli dell'Alto e del Pieno Medioevo, nei quali massima fu la commistione tra pubblico e privato, ecclesiastico e secolare, economico e spirituale, lo , sia pure in misura minore, anche per la fase finale di transizione verso il mondo moderno. Come vedremo nei capitoli 20-26, i secoli Quattordicesimo e Quindicesimo produrranno un grande sforzo per dare alla societ europea un assetto pi stabile, attraverso la creazione di istituzioni politiche ed ecclesiastiche capaci di operare in ambiti territoriali pi vasti e con prerogative meglio definite; ma sar un processo assai lento e contrastato, con sfasature e difformit fra regione e regione non meno grandi di quelle registrate nel periodo precedente e destinate - in buona parte, ma non tutte - a essere superate solo in piena Et moderna.
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Bibliografia.
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Per l'introduzione allo studio della storia medievale in generale: C. Dolcini, Guida allo studio della storia medievale, Torino, UTET, 1992; A. Petrucci, Medioevo da leggere. Guida allo studio delle testimonianze scritte del Medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1992; P. Delogu, Introduzione allo studio della storia medievale, Bologna, il Mulino, 1994; G. Tabacco, Profilo di storia del Medioevo latino-germanico, Torino, Scriptorium, 1996; G. Sergi, Idea di Medioevo. Tra senso comune e pratica storica, Roma, Donzelli, 1998; R. Dondarini, Per entrare nella storia. Guida allo studio, alla ricerca e all'insegnamento, Bologna, CLUEB, 1999. Per l'Italia in particolare: P. Cammarosano, Italia medievale. Struttura e geografia delle fonti scrtte, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1991.
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Per la storiografia sul Medioevo: G. Giarrizzo, Alle origini della medievistica moderna (Vico, Giannone, Muratori), in "Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo", 14 (1962), pp. 1-41; F. Giunta, Medioevo e medievisti, CaltanissettaRoma, Sciasela, 1971; G. Falco, La polemica sul Medioevo, nuova ed. a cura di F. Tessitore, Napoli, Guida, 1974; O. Capitani, Medioevo passato prossimo. Appunti storiografici: tra due guerre e molte crisi, Bologna, il Mulino, 1979; C. Violante, Devoti di dio. Ricordi di amici storici, Roma, Jouvence, 1985; R. Bordone, Lo specchio di Shaalott. L'invenzione del Medioevo nella cultura dell'Ottocento, Napoli, Liguori, 1993; E. Occhipinti, Che cosa  il Medioevo. Percorsi storiografici tra Quattro e Ottocento, Bologna, Cisalpino, 1994; C. Violante, Prospettive storiografiche sulla societ medioevale, Milano, Franco Angeli, 1995; L. Gatto, Viaggio intorno al concetto di Medioevo. Profilo di storia della storiografia medievale, Roma, Bulzoni, 1995; Studi medievali e immagine del Medioevo fra Ottocento e Novecento, Roma, Istituto storico italiano per il Medio Evo, 1997 ("Bullettino dell'Istituto storico italiano per il Medio Evo", 100, 1995-1996); P. Zerbi, La storiografia sul Medioevo negli ultimi cinquant'anni, in grandi problemi della storiografia civile e religiosa, a cura di G. Martina e U. Dovere, Roma, Edizioni Dehoniane Roma, 1999, pp. 127-144.
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Per la scuola economico-giuridica: I. Cervelli, Gioacchino Volpe, Napoli, Guida, 1977; E. Artifoni, Salvemini e il Medioevo. Storici italiani fra Otto e Novecento, Napoli, Liguori, 1990. Per la continuazione di quell'esperienza nella "Nuova Rivista Storica": A. Casali, Storici italiani fra le due guerre. La "Nuova Rivista Storica" (1917-1943), Napoli, Guida, 1980.
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Per Croce e la storiografia etico-politica: G. Galasso, Croce, Gramsci e altri storici, Milano, Il Saggiatore, 1969. Di Galasso si veda anche Nient'altro che storia. Saggi di teoria e metodologia della storia, Bologna, il Mulino, 2000.
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Per la storiografia delle Annales: P. Burke, Una rivoluzione storiografica. La scuola delle "Annales", 1929-1989, Roma-Bari, Laterza, 1993.
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Per gli orientamenti della pi recente storiografia: La storiografia contemporanea, a cura di P. Burke, Roma-Bari, Laterza, 1993.
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Per l'Italia in particolare: P.F. Palumbo, Storici, maestri ed amici, Roma, Edizioni del Lavoro, 1985; AA.VV, Incontro con gli storici, Roma-Bari, Laterza, 1986; La storiografia italiana degli ultimi vent'anni. I. Antichit e Medioevo, a cura di L. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1989; D. Balestracci, Medioevo italiano e medievistica. Note didattiche sulle attuali tendenze della storiografia, Roma, Il Calamo, 1996; M. Del Treppo, Medioevo e Mezzogiorno: appunti per un bilancio storiografico, proposte per un'interpretazione, in forme di potere e struttura sociale in Italia nel Medioevo, a cura di G. Rossetti, Bologna, il Mulino, 1977, pp. 249-283; Il Mezzogiorno medievale nella storiografia del secondo dopoguerra: risultati e prospettive, a cura di P. De Leo, Soveria Mannelli (CZ), Rubbettino, 1985.
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Parte 1. La trasformazione del mondo antico e l'inizio del Medioevo.
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Il mondo ellenistico-romano e la diffusione del Cristianesimo.
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1.1. Nomadi e sedentari.
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La vicenda complessiva dell'impero romano ha una sorprendente somiglianza con quella di altri grandi organismi politici del tempo, anch'essi collocati nella fascia di clima temperato caldo dell'emisfero settentrionale. A crearli furono popoli provenienti dalle steppe euroasiatiche e definiti dagli storici "Indoeuropei", per indicare appunto l'area in cui si stabilirono definitivamente. Rozzi e culturalmente meno evoluti rispetto alle popolazioni gi territorialmente stabilizzate, a volte ne presero il posto, ma in genere si fusero con esse, dando vita a nuove civilt rurali e venendo a trovarsi a immediato contatto con popolazioni seminomadi, ma pur sempre influenzate in qualche misura dal mondo dei sedentari, sulle quali a loro volta premevano altre popolazioni propriamente nomadi e dotate di ordinamenti politici e sociali assai agili.
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Partendo dal Mediterraneo e procedendo verso est, il primo di questi grandi organismi  la Persia, comprendente all'incirca gli attuali Iraq e Iran nonch buona parte dell'Afghanistan e del Pakistan. Conquistata da Alessandro Magno nel 331 a.C., pass verso la met del Terzo secolo a.C. sotto il dominio dei Parti, cavalieri-pastori nomadi di lingua indoeuropea. Trasformatisi rapidamente in sedentari, essi diedero vita a un potente impero che fu per secoli in lotta, ora militare ora solo diplomatica, con quello romano per il dominio della Siria, dell'Armenia e della Mesopotamia. La contesa divenne pi aspra con l'ascesa al trono nel 224 d.C. della dinastia dei Sasanidi (dal fondatore Sasan) ed ebbe fine, come vedremo nel cap. 3, solo all'inizio del Settimo secolo. Formato da due grandi aree, quella occidentale comprendente anche le valli del Tigri e dell'Eufrate, e quella orientale pi arida e montuosa, l'impero dei Parti conserv l'impronta ellenistica che la regione aveva assunto al tempo di Alessandro e dei suoi successori, nonostante la continua pressione a cui fu soggetto lungo le sue frontiere settentrionali e orientali da parte di popolazioni nomadi di razza mongolica, provenienti dalle steppe dell'Asia centrale, quali i Sarmati, prima, e gli Unni bianchi (o Eftaliti) e i Turchi poi.
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Fu travolto invece verso il 470 d.C. dall'invasione degli Unni bianchi un altro grande impero, quello che comprendeva l'intera India settentrionale. Con la dinastia Gupta esso raggiunse il massimo del suo splendore proprio tra Quarto e Quinto secolo, epoca in cui fiorirono le arti e si svilupp un'intensissima attivit letteraria. Anche l'India, la cui parabola politica avvenne secondo tempi che ricordano molto quelli dell'impero romano (il re Kamishka mand forse un'ambasceria a Traiano), si configura come una grande civilt agricola, creata dagli Ariani, un popolo indoeuropeo di pastori e allevatori, che si erano trasformati in contadini.
Pi a oriente, in Cina, un'altra grande civilt agricola si venne formando lentamente negli ultimi due millenni prima di Cristo nella vasta pianura alluvionale dell'Hwang Ho (il Fiume Giallo, che prende il nome dalla terra fertile che trasporta).
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Anche qui, pur attraverso tensioni e scontri tra nomadi e sedentari, la situazione si stabilizz e a formazioni politiche sempre in lotta fra di loro (nel cosiddetto periodo dei "regni combattenti") segu nel 246 a.C. la creazione di un vasto impero ad opera di Shih Hwang-ti, detto "il Cesare cinese". Questi costru uno Stato fortemente accentrato, lottando sia contro le famiglie dell'aristocrazia terriera sia contro le razzie degli Unni dell'attuale Mongolia, che premevano dal Nord. Per difendere il paese dalle loro incursioni, Shih Hwang-ti fece costruire nel 215 a.C. la Grande Muraglia, che si snoda tuttora per migliaia di chilometri anche in zone assai impervie.
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Il consolidamento della frontiera continu con i successori di Shih Hwang-ti e soprattutto con gli imperatori della dinastia Han, ascesa al potere nel 202 a.C., che divenne una delle pi gloriose della storia cinese. Si provvide allora a realizzare un fitto reticolo di strade militari e di insediamenti di contadini-soldati lungo i confini, cos come avrebbero poi fatto i Romani nei primi secoli della nostra ra con le guarnigioni di limitanei (collocati cio lungo il limes, "confine"). N finiscono qui le analogie con l'Impero romano. Anche in Cina si apre infatti fra Secondo e Terzo secolo d.C. un periodo di aspre lotte sociali, di violenze e di confusione, mentre ricominciano le incursioni devastatrici degli Unni dalla Mongolia. Il risultato fu, prima, la divisione dell'impero in tre regni e poi, una volta riprese nel 316 le grandi invasioni, la sua riduzione alle sole province meridionali sotto la dinastia Chi, mentre nelle fertili pianure settentrionali gli invasori crearono numerose dominazioni politiche. Crisi interna sotto la pressione delle invasioni dei nomadi, riduzione dell'autorit imperiale a una parte sola dell'antico territorio, formazione di regni barbarici: una vicenda che l'area mediterranea vivr un secolo dopo e in maniera definitiva, mentre in Cina gi nel corso del Settimo secolo si avr la restaurazione dell'unit dell'impero.
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Nel corso degli ultimi due millenni a.C. anche l'intera area mediterranea era stata investita, unitamente all'Europa centrale, dal grande flusso migratorio indoeuropeo che, come si  visto precedentemente, aveva gi coinvolto l'India e la Persia. Indoeuropei erano appunto i Celti, presenti gi nel secondo millennio a.C. nella Germania renana.
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Da qui si espansero a est, verso le regioni danubiane e balcaniche, a ovest nelle isole britanniche e a sud in Gallia, da dove passarono nell'Italia padana, spingendosi poi nel Quarto secolo a.C. fin nell'Italia centrale. Bloccati dai Romani, furono costretti ad arretrare, ma poi finirono con il fondersi con le popolazioni latine, in quello che Giovanni Tabacco ha definito efficacemente il "connubio latino-celtico", volto a contenere la pressione che sugli stessi Celti esercitavano altre popolazioni di lingua indoeuropea, i Germani, stanziati gi nel secondo millennio a.C. nelle regioni dell'Europa settentrionale e centrale.
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 opportuno a questo punto sottolineare l'analogia, alla quale gi si  accennato, tra gli strumenti difensivi apprestati dai Romani e quelli adottati in Cina. Anche i Romani, infatti, cercarono di appoggiare la linea di confine a baluardi naturali, attestandola, l dove fu possibile, lungo il corso di grandi fiumi, quali il Reno e il Danubio, e costruendo a ridosso di essi fortificazioni e accampamenti fortificati per le milizie di frontiera, i gi menzionati limitanei. Al tempo di Traiano non meno di dieci legioni erano schierate lungo il Danubio. L'opera difensiva che per somigliava di pi alla Muraglia cinese fu il vallo di Adriano, in parte ancora oggi visibile, fatto costruire dall'imperatore Adriano fra il 122 e il 127 d.C. in Britannia, che cos fu tagliata in due, in senso ovest-est, dall'imboccatura della Tyne a quella della Solway, all'incirca dall'odierna Wallsend a Bowness, vicino Carlisle, per un'estensione di 118 Kill, pari a circa 80 miglia romane.
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APPROFONDIMENTI: UN ESEMPIO DI MURAGLIA ROMANA.
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Il progetto del vallo di Adriano, pi volte modificato e ampliato nel corso dei lavori rispetto a quelle che erano le sue linee originarie, port alla fine alla costruzione di un lungo muro che, adeguandosi alle condizioni del terreno, per meglio assolvere alla sua funzione protettiva, correva con andamento ora rettilineo, ora pi sinuoso da una costa all'altra della Britannia.
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Costruito in opera cementizia (conglomerato di calce, pozzolana e frammenti di tufi, travertini, laterizi) rivestita di pietre ben squadrate per uno spessore medio di 8 piedi romani, pari circa a 2 m e 40, il bastione si ergeva per un'altezza di 5-6 m e prevedeva una merlatura e un cammino di ronda alla sommit, per permettere gli avvistamenti alle sentinelle dislocate nelle torri rettangolari di segnalazione, presenti nella muraglia in numero di circa 320.
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A ogni miglio, poi, appoggiati nella maggior parte dei casi al bastione stesso, c'erano dei fortini quadrangolari di dimensioni medie di circa 1519 x 15-20 m, che servivano ad acquartierare le sentinelle stesse. A una distanza variabile, ma all'incirca di 4-5 miglia l'uno dall'altro, c'erano, infine, veri e propri fortilizi (castra stativa o stationes), di superficie variabile generalmente da 1 a 2 ettari, addossati al muro o anche arretrati rispetto ad esso, nei quali avevano il loro campo le coorti e le alae ausiliarie, utilizzate per i compiti di pattugliamento della linea di confine. A ulteriore protezione del muro, correva lungo tutto il suo versante settentrionale un ampio fossato a forma di V, largo mediamente circa 9 m e profondo 4.
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A tali opere militari di difesa si accoppiavano, inoltre, delle opere di demarcazione dei confini stessi. All'interno del muro, infatti, e a distanza variabile dallo stesso, calcolabile mediamente intorno ai 60 m, su un'estensione di poco inferiore in lunghezza, fermandosi ad est a Newcastle, ad ovest a Dykesfield, correva un fossato qui meno profondo e dai fianchi alquanto svasati, preceduto e seguito a una distanza di circa 7 m da due ampi terrapieni elevantisi talora fino a 2 m. Un terzo terrapieno, inoltre, pi stretto, ma pi ripido, bordava il lato meridionale del fossato. Tra queste opere e la muraglia in pietra era stata realizzata infine una strada che, andando da costa a costa, acquistava un'importanza strategica notevolissima, soprattutto in quanto strettamente controllabile dal muro.
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Durante il regno di Antonino Pio, a conclusione di una nuova campagna condotta contro i Briganti, i fieri abitatori a nord del muro, i confini della Britannia vennero spostati pi a nord e nell'istmo tra il Forth e la Clyde si costru nel 142 d.C. una nuova linea di fortificazioni, il vallo di Antonino. Essa consisteva essenzialmente in un grosso terrapieno di terra alto circa 3 m, eretto da costa a costa per 39 miglia, pari a circa 63 Kil., posto su una base di pietra spessa poco pi di 4 metri e difeso a nord da un fossato largo all'incirca 12 m e profondo 3,5 m, a sua volta preceduto da un pi basso terrapieno. Una serie di fortilizi, pi piccoli, ma anche pi ravvicinati rispetto a quelli presenti lungo il vallo di Adriano, assicuravano il distaccamento delle truppe addette al pattugliamento del confine. Anche qui una strada continua si snodava subito alle spalle della linea di difesa.
Ancora oggi sia del vallo di Adriano che di quello di Antonino rimangono in pi tratti cospicui e grandiosi resti che danno, al di l delle testimonianze delle fonti o della documentazione recuperabile grazie ai sondaggi archeologici, il senso immediato e preciso dell'imponenza e della complessit delle opere.
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1.2. Il mondo delle citt.
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Il limes segnava la separazione - netta, sul piano ideale e politico, ma dagli archeologi sempre pi ridimensionata su quello della cultura materiale, soprattutto nelle aree ad esso pi vicine - tra due sistemi di vita e due diversi equilibri tra uomo e ambiente: da un lato, il mondo delle foreste e delle grandi valli fluviali dell'Europa centrale e settentrionale, dove i Germani, che pure avevano superato il nomadismo e l'economia basata sulla caccia e sulla raccolta di frutti spontanei, continuavano a spostarsi periodicamente da una radura all'altra sotto la guida di capi militari e inquadrati in strutture sociali assai semplici; dall'altro lato un mondo imperniato sulle citt e abitato da popolazioni inquadrate in sistemi socio-culturali assai pi complessi.
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Il mondo delle citt non era una creazione originale dei Romani. Essi ebbero piuttosto il merito di estendere a tutta l'area mediterranea e anche a regioni che non ne facevano propriamente parte, come la Gallia settentrionale, la Britannia e la parte pi interna delle regioni balcaniche, elementi caratteristici della civilt ellenistica, che avevano assimilati conquistando tra Secondo e Primo secolo a. C. i regni di Macedonia, Egitto e Siria. Pur essendo le varie parti dell'impero a differenti livelli di sviluppo - si confronti, ad esempio, l'Egitto, ricco di una civilt plurimillenaria, con la Britannia o la Dacia (attuale Romania) scarsamente popolate - si realizz ugualmente una certa omogeneit, grazie agli scambi assai intensi tra le regioni gravitanti sul Mediterraneo e al ruolo svolto dalle citt, che furono ovunque punti di riferimento del territorio circostante sul piano non solo amministrativo ma anche sociale e culturale.
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Per coglierne appieno la natura,  necessario tener presente la struttura topografica di una citt romana. Diversamente da quella medievale, essa non si presenta separata dal territorio circostante, dato che non  circondata da mura; queste cominceranno ad essere costruite solo a partire dal Terzo secolo, sotto la minaccia di invasioni esterne. Il centro urbano vero e proprio, detto urbs, aveva pi che altro funzioni amministrative, politiche e commerciali, di cui si avvalevano non soltanto i residenti, ma anche e soprattutto gli abitanti di un territorio pi o meno vasto, che prendeva il nome di civitas e che era disseminato sia di case dei contadini sia di ville di grandi proprietari.
La campagna era spesso organizzata, attraverso la centuriazione, in un reticolo razionale di campi di forma geometrica (le centurie), disposti lungo direttrici che costituivano il prolungamento dei principali assi urbani (il cardo e il decumano). Tra essa e il nucleo urbano si stendeva un'ampia zona intermedia (il suburbio), in cui sorgevano impianti artigianali, necropoli, ville lussuose nonch edifici pi propriamente urbani, come ad esempio gli anfiteatri, dove si svolgevano spettacoli, giochi, manifestazioni politiche, ai quali partecipavano non solo gli abitanti del centro urbano e del suburbio ma anche della campagna.
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La costruzione degli anfiteatri e degli altri edifici pubblici nonch l'organizzazione di spettacoli e parate erano a carico delle curie cittadine, piccoli senati locali in cui sedevano i maggiorenti della citt, grandi proprietari fondiari, che partecipavano anche ad attivit commerciali e bancarie, e non si lasciavano sfuggire la possibilit di concludere buoni affari attraverso l'assunzione di appalti pubblici.
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Quello che per caratterizza in maniera particolare questa classe agiata di aristocratici-borghesi  il suo stile di vita. Le risorse tratte dagli immensi latifondi coltivati dagli schiavi erano destinate, infatti, alla costruzione non solo di ville lussuose, dotate di ingegnosi impianti di riscaldamento e di tutte le altre comodit rese possibili dal livello della tecnologia del tempo, ma anche di edifici volti a innalzare sempre di pi il decoro civile e religioso delle citt.
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APPROFONDIMENTI: LE BIBLIOTECHE PUBBLICHE IN ET ROMANA.
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A Roma le biblioteche private, che precedettero di oltre un secolo quelle pubbliche, si formarono gi nel Secondo secolo a.C. in seguito alla conquista dei regni ellenistici, dai quali i consoli vincitori riportarono imponenti raccolte librarie come bottino di guerra. La pi rinomata era la biblioteca di Lucullo, aperta a chiunque volesse servirsene. Anche Cicerone aveva raccolto molti libri con l'aiuto e i consigli dell'amico Attico, esperto del mercato librario.
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Il primo tentativo di creare una biblioteca pubblica fu compiuto invece intorno al 45 a.C. da Cesare, il quale diede a Varrone, il maggior erudito del tempo, l'incarico di reperire i volumi necessari, ma non fece in tempo a veder realizzato il suo progetto. Vi provvide pochi anni dopo (39 a.C.) Asinio Pollione, reduce dalla guerra vittoriosa contro i Parti, il quale scelse come sede il tempio della Libert nei pressi del foro.
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La seconda biblioteca pubblica fu creata nel 28 a.C. da Augusto nel portico del tempio di Apollo sul Palatino, con un impianto che serv da modello per altre biblioteche della citt e dell'impero. Ricca di testi letterari e giuridici, fu danneggiata da incendi al tempo di Nerone e di Commodo, e venne distrutta da un incendio nel 363 d.C. Lo stesso Augusto ne istitu un'altra nel portico di Ottavia poco dopo il 23 a.C., chiamandola Bibliotheca Octaviae dal nome della sorella.
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Quella fondata da Vespasiano nel tempio della Pace, intorno al 75, divenne subito una delle pi importanti, abituale luogo di incontro dei dotti. Una biblioteca pubblica fu fondata anche da Traiano nel foro che porta il suo nome; sopravvissuta a incendi e disastri vari, era ancora in piedi nel Quinto secolo. Ce ne dovevano essere per anche altre, meno importanti, presso terme, templi e ville imperiali.
Per l'Italia si hanno notizie sicure di biblioteche pubbliche a Milano, Como, Bolsena, Tortona, Tivoli, Civitavecchia, Sessa Aurunca, ma probabilmente ne esistevano anche a Pompei e in altre citt.
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Nelle province esistevano con certezza biblioteche pubbliche ad Atene (per opera di Adriano), in Asia Minore (Alcarnasso, Efeso, Milasa, Prusa, Smirne, Pergamo) e in Africa (Cartagine e Timgad, in Numidia).
Componenti essenziali dello stile di vita del ceto dirigente cittadino erano anche l'esercizio della filantropia, espressione dello spirito umanitario diffuso dallo Stoicismo e da altre correnti filosofiche, e la consuetudine con la pratica letteraria e con i dibattiti filosofici, sia pur dilettanteschi, per cui una buona raccolta di libri latini e greci costituiva la normale dotazione di qualsiasi villa signorile, anche se il proprietario ne possedeva pi di una (purtroppo l'unico esempio di biblioteca privata a noi giunta  la Villa dei papiri di Ercolano, sommersa dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e di cui  ancora da completare lo scavo).
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Che la consuetudine con i libri fosse considerata un elemento essenziale dello stile di vita aristocratico-borghese  dimostrato, del resto, dal vanto che delle loro biblioteche facevano gli ignoranti arricchiti. Ne  un'espressione emblematica il personaggio di Trimalcione nel Satyricon di Petronio, il quale nel corso di una cena, per fare sfoggio di cultura, dichiara di avere una biblioteca greca e una latina.
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N si tratta di una pura finzione letteraria, se si considera che Luciano scrisse un trattatello dal titolo Contro un ignorante che si compra molti libri e Seneca tuon ripetutamente contro i bibliofili semianalfabeti, per i quali i libri non erano strumenti di lavoro, ma "ornamento delle sale da pranzo".
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1.3. La diffusione del Cristianesimo.
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Gli episodi e i personaggi appena citati ci riportano tutti al periodo compreso tra il Primo e il Secondo secolo d.C., che vide non soltanto una grande fioritura della cultura, ma anche la diffusione tra le classi meno abbienti della scrittura, in precedenza patrimonio esclusivo delle persone di cultura, dei membri dei collegi sacerdotali e dei funzionari dell'apparato pubblico.
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In questo periodo, inoltre, sotto la spinta di nuovi bisogni di carattere spirituale, entra in crisi definitivamente la religione ufficiale di tipo politeistico, che gi da tempo si stava rivelando inadeguata a reggere il confronto sia con le nuove correnti filosofiche (Stoicismo, Neoplatonismo) sia con i nuovi culti a finalit salvifiche provenienti dall'Oriente. Essi venivano professati in apposite associazioni e offrivano ai propri adepti, disposti a seguire pratiche di espiazione e a produrre un forte impegno morale, la redenzione dal male e dal dolore dell'esistenza, e quindi la salvezza individuale (culto di Cibele, originario della Frigia, religione di Mitra di origine indo-iranica, religione del dio Sole di Emesa, culto di Iside e di Osiride, proveniente dall'Egitto).
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Il fenomeno, del resto, non era peculiare del mondo romano, ma si verificava anche nelle altre regioni euroasiatiche, in cui si erano formati complessi sistemi socioculturali.
Infatti anche in India, in Cina e in Iran, attraverso il Buddhismo, il Confucianesimo e il Mazdeismo (predicato da Zaratustra), si era sviluppata la polemica contro il politeismo e si era tentato di dare una risposta agli angosciosi problemi del dolore e della morte, ora facendo leva soprattutto sull'impegno morale e su una religiosit di tipo interiore (Confucianesimo e Mazdeismo), ora accentuando il senso di piet per tutti gli esseri viventi e il distacco dalle cose del mondo (Buddhismo). Peculiare del mondo romano fu piuttosto l'aspra concorrenza che si fecero per lungo tempo le varie religioni a carattere salvifico.
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All'inizio sembr che dovessero trionfare il culto di Cibele e quello del dio Mitra, che ebbero larghissima diffusione anche negli ambienti della corte imperiale, arrivando, il secondo, al punto di diventare quasi la religione ufficiale dell'impero. Ma il processo non giunse a compimento e il Mitraismo fu soppiantato definitivamente dal Cristianesimo nel corso del Quarto secolo. Se ci avvenne, fu non tanto per la scelta che a favore di quest'ultimo fece Costantino, quanto piuttosto, come ha osservato Giovanni Tabacco, per la difficolt di conciliare l'esuberanza dei riti e delle pratiche orgiastiche di quei culti con l'equilibrio intellettuale e morale che caratterizzava la formazione culturale delle lites cittadine.
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Lo stesso Cristianesimo, prima diffuso all'interno delle comunit giudaiche sparse per il mondo e ai livelli sociali pi bassi, divenne maggioritario solo quando si fu liberato dai toni apocalittici e da ogni forma di potenziale contestazione delle evidenti ingiustizie - la schiavit innanzitutto - che caratterizzavano la societ del tempo. A conferirgli un carattere rassicurante per il ceto dirigente romano concorreva anche il tipo di organizzazione che gi nel corso del Primo secolo si diedero le comunit cristiane e che poggiava non pi su apostoli itineranti dotati di grandi carismi (virt profetiche, possibilit di operare miracoli), ma su una stabile gerarchia sacerdotale, formata da presbiteri (anziani) e vescovi (sorveglianti), coadiuvati da diaconi (assistenti), i quali si occupavano soprattutto dell'assistenza ai poveri e della gestione dei beni della comunit.
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Il merito di aver reso universale il messaggio cristiano, facendolo uscire dall'ambito della Palestina, spetta soprattutto, anche se non esclusivamente, a Paolo di Tarso, "l'apostolo delle genti". Per oltre trent'anni egli fu il punto di riferimento delle diverse comunit cristiane sparse per l'impero, visitandole direttamente o facendo giungere loro esortazioni e ammaestramenti attraverso le sue Lettere, che costituiscono la prima sistemazione dottrinale del messaggio evangelico. La sua predicazione si svolse soprattutto nelle citt; il che non sorprende, considerato il carattere eminentemente urbano della societ romana. La conseguenza fu che le campagne restarono legate ai loro culti tradizionali, che non di rado si erano sottratti finanche all'influenza del paganesimo ufficiale. Di questo i cristiani ebbero subito consapevolezza, coniando per coloro che rifiutavano il messaggio di salvezza il termine pagano, che vuol dire appunto "contadino", "abitante di un territorio rurale" (pagus).
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La difficolt di stabilire un contatto con le masse contadine, lungi dall'attenuarsi, fin anzi con l'aggravarsi man mano che la nuova religione, crescendo e organizzandosi, mostrava di aderire sempre pi intimamente alle strutture profonde della societ romana.
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I vescovi, infatti, ben presto finirono con l'essere scelti tra quelle stesse famiglie delle lites cittadine dotate di cultura umanistica e di prestigio sociale che fornivano gli amministratori alle curie. La comunanza di origine tra amministratori pubblici e capi delle chiese locali conferir ben presto a questi ultimi autorevolezza anche sul piano civile, creando cos le premesse per quel connubio tra autorit religiosa e autorit politica che avr successivamente sviluppi clamorosi: comunque gi agli inizi del Quarto secolo sar possibile portare davanti al tribunale del vescovo qualsiasi causa con il consenso degli interessati.
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Ci mostra chiaramente come sia stato solo per breve tempo aderente alla realt storica il modello della Chiesa primitiva (Ecclesiae primitivae forma), in cui i cristiani vivevano in perfetta carit, mettendo ogni cosa in comune; a quel modello, infatti, gi a partire dalla seconda met del Secondo secolo si richiamavano polemicamente i sostenitori di un maggiore impegno morale e religioso.
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1.4. La crisi del Terzo secolo e le persecuzioni contro i cristiani.
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Prima di arrivare a questi sviluppi dei secoli successivi, il Cristianesimo dovette, per, affrontare la difficile prova delle persecuzioni, che risultano tanto pi strane, se si considera che l'impero romano era in genere tollerante in materia di religione. In realt la diffidenza verso i cristiani era di natura politica e nasceva principalmente dal fatto di essere stati in origine assimilati agli ebrei, i quali pi volte si erano ribellati all'impero.
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Successivamente essa si fece sempre pi forte e sfoci in ostilit aperta man mano che apparivano sempre pi evidenti i segni di una crisi di enormi dimensioni. Tale fu quella che tra Secondo e Terzo secolo invest le fondamenta stesse della societ romana e dalla quale si cerc di uscire, accentuando sia l'intervento dello Stato in ogni settore della vita economica e sociale sia il carattere sacrale del potere imperiale: operazione, quest'ultima, che risultava inaccettabile ai cristiani, i quali rifiutavano qualsiasi forma di venerazione religiosa nei riguardi degli imperatori.
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All'origine della crisi, pi acuta in Occidente, c'erano, da un lato, lo sviluppo abnorme delle citt, nelle quali si era venuta concentrando una quota di popolazione troppo alta rispetto alle loro capacit produttive ( stato calcolato che in Italia viveva in citt circa il 25% della popolazione, di cui il 15% nella sola Roma), dall'altro l'abbandono da parte dei contadini di terre che, per essere state a lungo sfruttate, stavano diventando sempre meno produttive.
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Finch fu possibile agli imperatori rifornire di grano le citt dell'Occidente acquistandolo in Egitto e nelle province orientali, la situazione si mantenne in equilibrio. Il peso di queste spese per il bilancio statale divenne per insostenibile tra Secondo e Terzo secolo, quando fu necessario destinare alla difesa contro la minaccia dei Germani quote sempre pi rilevanti delle entrate dello Stato. La crescita abnorme della spesa pubblica, come sempre, aliment l'inflazione, dato che il disavanzo di bilancio veniva coperto incrementando la coniazione di monete, e queste, a causa della scarsit di metallo prezioso, diventavano sempre pi leggere, e quindi svalutate, contribuendo cos a far crescere continuamente i prezzi.
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All'origine della scarsit di metallo prezioso, sulla quale peraltro si avr occasione di tornare nei prossimi capitoli, c'era un fenomeno di vecchia data, che proprio tra Secondo e Terzo secolo si manifest in tutta la sua portata, vale a dire lo squilibrio della bilancia commerciale tra Occidente e Oriente. L'Occidente, infatti, comprava in Oriente merci di maggior valore rispetto a quelle che vi esportava, a causa principalmente della forte domanda di prodotti di lusso, soprattutto spezie e tessuti pregiati, alimentata dalle classi pi elevate.
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Il prelievo fiscale, riportando a Roma una parte dell'oro che il commercio trasferiva in Oriente, riusciva in qualche modo a frenare il fenomeno, ma alla lunga l'Occidente andava incontro a un progressivo impoverimento. I contraccolpi a livello sociale e politico non tardarono a manifestarsi. Carestie, epidemie - nel 166 comparve in Occidente la peste, - rivolte contadine (la pi tenace fu quella dei cosiddetti "Bagaudi" in Gallia e in Spagna), ripresa in grande stile della pirateria e del brigantaggio fecero da sfondo a sanguinose guerre civili tra pretendenti al trono imperiale, che misero seriamente in pericolo l'unit dell'impero, provocando la secessione di intere province. E tutto ci, come si vedr nel prossimo capitolo, proprio mentre i Germani minacciavano le regioni periferiche del mondo romano.
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L'impero sembrava sul punto di sfaldarsi. Riusc per a riprendersi soprattutto grazie a una serie di imperatori di grande energia e di notevole spessore politico. Essi concepirono un grandioso progetto di pace e di unit, mirando decisamente, sull'esempio delle grandi monarchie orientali, al rilancio dell'autorit imperiale in nome di valori mistico-religiosi e all'introduzione di un rigido controllo statale su tutta la societ. Il personaggio chiave di questa vasta operazione politico-culturale fu Diocleziano, acclamato imperatore dall'esercito il 20 novembre 284. Per mantenere inalterato il gettito delle imposte e per frenare l'abbandono delle campagne, i contadini furono legati in maniera definitiva alla terra, per cui fu proibita loro ogni forma di mobilit. Lo stesso si fece con artigiani, commercianti e con quanti contribuivano con la loro attivit a garantire la sopravvivenza delle citt. Un decreto del 301, che fissava prezzi e salari, complet infine quella grandiosa opera di burocratizzazione dell'economia o, come pure  stata definita, di socialismo di Stato, che, se pur non valse a risolvere in maniera duratura i mali profondi che affliggevano l'impero, ne ritard tuttavia il crollo definitivo di quasi due secoli, producendo addirittura qua e l timidi segnali di rifioritura economica.
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Per rendere possibile un pi efficace controllo del territorio e per evitare le devastanti lotte per la successione al trono, Diocleziano attu poi una riforma della costituzione, che port alla divisione dell'autorit imperiale tra due Augusti e due Cesari; questi ultimi avrebbero dovuto succedere ai primi, nominando a loro volta altri due Cesari. Il secondo Augusto e i due Cesari acquistarono crescente importanza nell'ambito dell'esercizio quotidiano del potere, mentre Diocleziano, in quanto primo Augusto, accentu sempre pi il suo ruolo sacrale, atteggiandosi progressivamente a vero e proprio dio in terra.
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Nel contesto di questo disegno generale di pianificazione, che si realizzava non solo a livello economico-sociale ma anche sul piano politico-culturale, il Cristianesimo, con il suo intransigente monoteismo e con la sua netta chiusura nei riguardi delle altre religioni che nel corso del Terzo secolo si contendevano le coscienze delle popolazioni del mondo romano, fu avvertito da Diocleziano come un elemento di pericolo per la pace e l'unit interna; perci fu fatto oggetto di una grande persecuzione a partire dal 303. Il suo successore Costantino, che pure aveva personalmente aderito alla religione del "Sole Invincibile" (la divinit degli eserciti, il cui culto si era diffuso al tempo dell'imperatore Aureliano), ebbe invece l'intuizione - di incalcolabili conseguenze per il futuro - che il Cristianesimo non solo non era affatto incompatibile con il dirigismo teocratico dell'imperatore, ma poteva addirittura diventarne un elemento di forza.
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E la scelta di Costantino si rivel tanto pi felice, se si considera che l'adesione della Chiesa all'impero fu cos rapida e piena, da andare al di l delle aspettative dello stesso imperatore. Pur essendosi limitato con l'editto di Milano a riconoscere alle chiese cristiane libert di culto e restituzione dei beni confiscati, egli si trov infatti - quando, essendo catecumeno, non aveva ancora ricevuto il battesimo ed era il "pontefice massimo" del culto pagano - a svolgere un ruolo decisivo nelle controversie dottrinali che laceravano la comunit cristiana.
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1.5. L'organizzazione della Chiesa e la definizione della dottrina cristiana.
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La Chiesa, nel momento in cui otteneva di poter vivere e crescere in piena libert, si ritrovava con un assetto organizzativo ancora abbastanza labile e con una dottrina non ancora elaborata in maniera definitiva. Il primo problema fu risolto in modo abbastanza semplice attraverso la creazione di un ordinamento ecclesiastico aderente ai quadri amministrativi dell'impero. Gi abbiamo visto che ogni comunit cristiana - che formava una Chiesa locale in comunione con la Chiesa universale - era governata da un vescovo, proveniente per lo pi dalle famiglie dell'aristocrazia, il quale operava nell'ambito della diocesi, tendenzialmente coincidente con il territorio del municipio. Successivamente fu attuato un coordinamento tra i vescovi di una stessa provincia attraverso l'attribuzione di un ruolo di preminenza al vescovo della Chiesa metropolitica, della Chiesa cio formatasi nella metropoli della provincia a volte in seguito alla predicazione degli stessi apostoli (in questo caso si parla di Chiese di origine apostolica). Tra le prime Chiese metropolitiche sono da ricordare Efeso, Tessalonica, Corinto, Cartagine, Milano. I compiti dei metropoliti (che si diranno in seguito "arcivescovi") erano fondamentalmente tre: consacrare i vescovi eletti dal clero e dal popolo della diocesi, esercitare la giurisdizione di appello sulle decisioni dei vescovi, presiedere i sinodi provinciali, le riunioni cio dei vescovi della provincia.
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Le sedi vescovili pi importanti presero il nome di patriarcati. Si trattava di Roma, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, tutte di origine apostolica, alle quali si aggiunse Costantinopoli, la nuova Roma, che Costantino proclam nel 330 capitale dell'impero.
Tra esse il primato sembr all'inizio spettare incontestabilmente a Roma, autoproclamatasi Sede apostolica per eccellenza, sia perch vi sub il martirio Pietro, vicario di Cristo, sia perch capitale dell'impero. Nel momento, per, in cui la capitale veniva trasferita a Costantinopoli e l'Occidente si avviava a diventare l'appendice di un impero che si stava organizzando per difendere solo le sue province orientali, anche il primato della Sede romana (la Santa Sede, come si chiamer in seguito) era destinato ad essere considerato in maniera non univoca. In Occidente era inteso, infatti, come vera e propria potest giurisdizionale del vescovo di Roma (detto "papa", "padre" a partire dalla seconda met del Quinto secolo), basata, peraltro, su un esplicito riconoscimento tributato dall'imperatore Valentiniano Terzo al papa Leone Magno verso la met del Quinto secolo. In Oriente era inteso, invece, come semplice primato d'onore, essendo riservato ai concili ecumenici convocati dall'imperatore il potere di decidere su questioni di carattere dottrinale.
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Il secondo e pi spinoso problema che si trov di fronte il Cristianesimo che usciva dalle persecuzioni di Diocleziano era la sistemazione in un vero e proprio corpus dottrinale, e quindi in un credo, delle semplici parole del Vangelo e delle prime elaborazioni di Paolo di Tarso e dei Padri della Chiesa dei secoli I-III. La diffusione della cultura e dei dibattiti filosofici negli ambienti pi urbanizzati, soprattutto dell'Oriente, manteneva alto il livello culturale dei vescovi, per cui assai larga fu la loro partecipazione al dibattito teologico, che diventava sempre pi aspro e venato di intolleranza; vi contribuirono anche le contrastanti influenze, che venivano da altre religioni e, soprattutto, dalle varie correnti della filosofia greco-ellenistica.
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Intanto, a monte del dibattito per l'elaborazione di formule dottrinali c'era il confronto serrato tra due concezioni radicalmente diverse del Cristianesimo. La prima era rappresentata da coloro che, animati da una forte tensione morale e dal rifiuto di ogni compromesso con le cose del mondo, erano protesi verso il ritorno di Cristo (parusia) e la fine dei tempi, poggiandosi soprattutto sul testo dell'Apocalisse di Giovanni. Questa tendenza di carattere escatologico (skata sono in greco le "cose ultime", cio la morte e il destino finale dell'uomo e del mondo) riusc perdente, ma non scomparve completamente, attraversando ancora tutto il pensiero religioso del Medioevo. A essa si pu collegare il Donatismo, movimento largamente diffuso tra i vescovi africani del IV-V secolo, i quali negavano la validit dei sacramenti amministrati da preti moralmente indegni, proponendo cos un principio assai pericoloso per il consolidamento della gerarchia ecclesiastica e dello stesso ordine politico-sociale, che con quella gerarchia si avviava a stabilire un intimo rapporto di collaborazione. Il Donatismo perci fu osteggiato, quando non addirittura perseguitato, da Costantino e dai suoi successori.
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La seconda tendenza emersa nel Cristianesimo delle origini, e nel Secondo secolo ormai gi largamente maggioritaria, era quella di coloro che non propugnavano affatto una Chiesa di martiri e di eroici testimoni della fede, ma una concezione, per cos dire, pi moderata del Cristianesimo, caratterizzata da una maggiore comprensione per le debolezze e i bisogni dell'uomo; di qui l'esigenza per le comunit cristiane di istituzionalizzarsi, cio di darsi delle norme, una struttura organizzativa con una gerarchia sacerdotale e formule di fede ben definite. E fu proprio l'elaborazione della dottrina cristiana il terreno pi aspro di scontro all'interno della Chiesa. Questa tolse progressivamente spazio agli esponenti delle tendenze rigoriste ed escatologiche, riducendoli, in effetti, a semplice "coscienza critica" dell'ordinamento ecclesiastico. Inoltre si mostr abbastanza compatta nel respingere ogni interpretazione di tipo dualistico del messaggio evangelico, attraverso il rifiuto sia dello Gnosticismo sia del Manicheismo, che ne era un'espressione. Lo Gnosticismo era basato sulla contrapposizione tra un Dio irraggiungibile e il mondo materiale, inquinato dal male e dalla morte. Il Manicheismo era fondato sull'esistenza di due principi, il bene e il male, la luce e le tenebre, e quindi sulla lotta incessante tra il mondo superiore degli spiriti e il mondo inferiore della materia: l'anima, cadendo dal regno della Luce, resta incarnata nel corpo, da cui viene liberata a opera del Salvatore. La Chiesa si trov invece in difficolt, quando tent di definire la natura del monoteismo in rapporto al problema dell'incarnazione di Dio in Cristo.
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1.6. L'Arianesimo e la nascita dell'eresia.
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La polemica esplose agli inizi del Quarto secolo in seguito al diffondersi della dottrina del prete Ario di Alessandria, il quale sosteneva che il figlio di Dio incarnatosi in Cristo non aveva lo stesso grado di divinit del Padre, ma era a lui subordinato. Alla fine si trov una soluzione per tanti aspetti gravida di conseguenze per il futuro. Non essendo l'episcopato dotato di organi decisionali in grado di imporsi alla Chiesa universale, l'imperatore Costantino - come si  detto, allora non ancora battezzato - fu indotto a riunire nel 325 a Nicea quello che viene considerato il primo concilio ecumenico, cio universale, dato che i trecento vescovi che vi parteciparono, pur provenendo in larghissima parte dalle province orientali, deliberarono in nome di tutte le comunit cristiane. In quella occasione la dottrina di Ario fu condannata all'unanimit, ma ci avvenne non tanto per le capacit di persuasione dei vescovi antiariani, quanto piuttosto per le pressioni dell'imperatore.
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Questi, impegnato com'era a consolidare il nuovo assetto dato all'impero da Diocleziano, voleva ad ogni costo salvaguardare la pace religiosa soprattutto in Asia Minore, l'unica parte dell'impero in cui gi allora il Cristianesimo aveva conquistato la maggioranza della popolazione. Quello che sarebbe potuto apparire un fatto episodico era destinato invece a diventare l'inizio di un processo, nel corso del Quinto secolo ormai in fase avanzata, che vide procedere parallelamente, da un lato, la formazione di una nuova ideologia imperiale, che assegnava all'imperatore la suprema responsabilit nella difesa dell'ortodossia, e dall'altro l'elaborazione definitiva di una dottrina, che ora pu dirsi effettivamente cattolica, cio dichiarata valida per la Chiesa universale.  da questo momento che si pu legittimamente parlare di eresie, cio di dottrine che si oppongono a verit proposte come tali dalla Chiesa, non potendosi a rigore definire tali le pi di ottanta eresie che sono state contate per i primi secoli del Cristianesimo e che sono soltanto formulazioni teologiche riuscite perdenti in quella sempre pi aspra concorrenza di idee, che con straordinaria intuizione politica Costantino aveva considerata pericolosa per l'unit dello Stato. Lo si vide gi al Concilio di Nicea, le cui conclusioni furono subito rimesse in discussione da quanti si erano piegati alla pressione dell'imperatore, mantenendo viva la discordia ancora per mezzo secolo sia in Oriente sia in Occidente e provocando continue oscillazioni nella politica imperiale ora in una direzione ora nell'altra.
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Ma l'Arianesimo, sconfitto nell'ambito dell'impero, era destinato a tornare prepotentemente alla ribalta e a giocare, soprattutto in Occidente, un ruolo politico fondamentale nei primi secoli del Medioevo. Esso fu infatti recepito, attraverso missionari orientali, dalle popolazioni germaniche, che ne fecero un elemento della propria identit culturale e quindi un motivo di differenziazione rispetto ai popoli sottomessi. Comunque le deliberazioni di alcuni dei successivi concili ecumenici, tutti svoltisi in Oriente sotto la presidenza degli imperatori, provocarono lacerazioni interne alla Cristianit ancora pi gravi rispetto alla condanna dell'Arianesimo, mascherando o contribuendo ad alimentare tentativi di rivolta e di secessione di intere province. La pericolosit per l'ordinamento politico dei movimenti di contestazione religiosa emerse gi con il Donatismo che, nato come si  detto nell'ambito dell'episcopato africano, si propag anche nelle campagne.
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Qui, per, venne assumendo una portata pi ampia, diventando una sorta di copertura ideologica delle rivolte a carattere etnico-sociale delle popolazioni indigene contro lo sfruttamento delle citt e il fiscalismo dell'impero. Una riprova fu data dalle tensioni separatiste che emersero in Egitto e in Siria in coincidenza con la grande contesa cristologica, che si accese nel Quinto secolo per definire il rapporto tra l'umanit e la divinit di Cristo. Gli imperatori tentarono di contenerle, puntando su formule di compromesso che finivano per a volte con lo scontentare tutti i contendenti e che valsero indubbiamente a ridurre la capacit di resistenza di quelle province davanti alla pressione, tra Sesto e Settimo secolo, dei Persiani e degli Arabi.
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Non  possibile in questa sede dare un quadro dettagliato della complessit dei temi in discussione, che coinvolgevano anche la figura di Maria. I Nestoriani (seguaci di Nestorio, un teologo di Antiochia divenuto patriarca di Costantinopoli) volevano chiamarla non "madre di Dio" (Theotkos), ma "madre del Cristo" (Christotkos), per evitare ogni possibilit di confusione tra la persona umana e la persona divina del Cristo e, con ci, il pericolo che si attribuisse un inizio anche alla divinit di Cristo. Essi infatti erano convinti che le due persone erano rimaste distinte, anche se si erano congiunte su un piano puramente morale. Un punto fermo nella contesa, che tuttavia non valse a sanare le discordie, fu posto dal Concilio di Calcedonia del 451, che dichiar Cristo vero Dio e vero uomo, dotato di due nature distinte ma inseparabili. I pi violenti oppositori di questa soluzione furono i monofisiti (da un termine greco che significa "una sola natura") di Alessandria d'Egitto, secondo i quali l'umanit e la divinit di Cristo si fondono, appunto, in una sola natura.
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1.7. Le origini del monachesimo.
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Mentre si svolgevano questi interminabili e sconvolgenti dibattiti teologici che, come si  detto, avevano un riflesso diretto sulla vita di intere regioni dell'impero, e si andava precisando e rinforzando sempre di pi un apparato ecclesiastico dotato di crescente autorevolezza anche sul piano civile e politico, si sperimentava, prima nei deserti dell'Egitto e della Siria, e poi anche in altre regioni dell'Oriente e dell'Occidente, una forma di vita cristiana che si presentava come distacco totale dalla societ. Essa sembrava destinata a restare in una situazione di marginalit, che a volte sconfinava nella stravaganza, ma si rivel nei secoli seguenti una delle forze pi vive nel plasmare la societ del Medioevo: il monachesimo.
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Ancora una volta il fenomeno non era peculiare del mondo ellenistico-romano, essendo stato sperimentato da tempo in altre societ evolute, nelle quali il desiderio di realizzare, attraverso esperienze interiori e comunitarie, l'incontro dell'anima individuale con Dio aveva portato alcuni spiriti eletti a interrompere i rapporti normali con la societ e a intraprendere una vita di ascesi e di penitenza. Il paese in cui per primo il fenomeno assunse notevoli dimensioni fu l'India, acquisendo poi al tempo di Alessandro Magno grande rinomanza nel mondo greco-ellenistico. I monaci buddisti conducevano all'inizio vita girovaga, riparandosi di notte in rifugi di fortuna e mendicando il sostentamento quotidiano. In seguito per finirono con lo scegliere la vita stabile in comunit, costruendo grandi monasteri dotati di oratorio, dormitorio, refettorio, biblioteca e laboratori vari.
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Anche nel mondo greco si ritrovano esperienze analoghe a quello che sarebbe stato il monachesimo cristiano, ma non tra gli addetti al culto bens tra i filosofi. Cos, ad esempio, i pitagorici formavano una specie di comunit religiosa, fondata sul concetto di amore fraterno, che avrebbe dovuto unire non solo gli uomini ma tutti gli esseri viventi, considerati parte di un'immensa famiglia. N il fenomeno era ignoto al mondo giudaico, le cui comunit di Esseni e Terapeuti erano note anche al di fuori del mondo ebraico.
Particolarmente suggestiva  la descrizione che degli Esseni fa Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, dove li definisce "gente singolare e stranissima fra tutte: senza donne, nemici del sesso e del denaro, amici solo delle palme. Ogni giorno miracolosamente la comunit si rinnova grazie ai nuovi arrivati che il destino spinge verso di loro: per amore, se stanchi della vita, o per forza, se sbattuti l dai flutti.  incredibile a dirsi, ma questa gente vive in eterno, nei secoli dei secoli, e non assiste mai a una nascita: cos feconda  per loro l'altrui noia di vivere".
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Il monachesimo cristiano, nato in Egitto nel Terzo secolo, realizzer nella sua maturit una sintesi di elementi che si ritrovano in tutte le precedenti esperienze dianzi menzionate.
Nella sua fase iniziale appare, per, diffuso soprattutto tra le classi inferiori e caratterizzato da una totale sfiducia verso ogni speculazione intellettuale nonch da una grande rozzezza di costumi e dalla ricerca di una completa solitudine, per realizzare la quale si trovavano i pi fantasiosi espedienti: Antonio, il pi celebre di questi eremiti (o anacoreti, com'erano anche chiamati con termine greco), morto nel 356, si stabil in una tomba vuota di una necropoli abbandonata; altri si rinchiusero in piccoli ambienti senza finestre o, se volevano patire le sofferenze della continua esposizione alle intemperie, senza tetto; altri ancora vissero tutta la vita in cima a un albero (i cosidetti dendritai menzionati dagli scrittori greci). Il massimo della fantasia fu mostrato dai cosiddetti stiliti (dal termine greco stylos "colonna"), numerosi soprattutto in Siria e in Mesopotamia, che si stabilivano in cima alle colonne, esposti al sole e alle intemperie.
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A questi esempi, tutt'altro che rari, di estremismo ascetico e penitenziale, ai quali si sarebbe tentati di non prestar fede se non esistessero al riguardo molte e inconfutabili prove, si affiancarono ben presto forme meno aspre di esperienza monastica. Si ebbero cos colonie di eremiti, che vivevano non lontani gli uni dagli altri, spesso intorno a una chiesa.
Inoltre, con la diffusione del cenobitismo, ad opera soprattutto di Pacomio (346), il quale si ispir alla primitiva comunit cristiana di Gerusalemme, fu promossa la creazione di monasteri, sia maschili sia femminili, in cui l'ascesi era praticata in maniera moderata e tollerabile e in cui tutto era regolato: la meditazione della Bibbia, la preghiera, il lavoro, il vestiario, il regime alimentare.
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Su questa linea si pose un altro dei padri del monachesimo orientale, anche se non fu egli stesso monaco. Si tratta di Basilio, vescovo di Cesarea, in Cappadocia (nell'attuale Turchia), a partire dal 378. Egli non fond un vero e proprio ordine basiliano, ma si limit a promuovere la fondazione di monasteri sia in luoghi appartati sia in citt. A essi indirizz le sue Regole, che non costituivano un vero e proprio codice di leggi (come sar poi, ad esempio, la Regola di san Benedetto), bens una serie di indicazioni e di ammaestramenti per i cristiani che vivevano in comunit e che egli visitava frequentemente. Un elemento delle Regole si rivel per subito di grande importanza per la stabilit delle comunit cenobitiche: la figura del superiore (abate in Occidente, igumeno in Oriente), al quale Basilio assegna il compito di promuovere il bene della comunit, guidandola pi con l'esempio che con le parole.
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1.8. La diffusione del monachesimo in Italia e nel resto dell'Occidente.
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Il cenobitismo di Pacomio e, pi ancora, di Basilio (proveniente da nobile e ricca famiglia di Cesarea) segna il momento in cui la cultura aristocratica delle citt dell'impero assorbe anche quella esperienza del monachesimo del deserto che sembrava inconciliabile con le sue caratteristiche di misura e di equilibrio, trovando in esso uno degli strumenti pi efficaci per la conservazione e lo sviluppo di buona parte del suo patrimonio culturale attraverso i secoli tempestosi del primo Medioevo. Lo si vide soprattutto in Occidente, dove giunse presto la fama dei monaci d'Egitto: esponenti dell'aristocrazia di Roma e del resto d'Italia intrapresero pellegrinaggi per incontrarli e contemplare le loro gesta. Anzi alcuni - all'inizio soprattutto donne - furono attratti dal loro esempio e decisero di imitarli, fondando comunit monastiche latine in Palestina, che costituirono un veicolo importante per la diffusione del monachesimo in Occidente.
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Personaggio chiave in questa vicenda  Gerolamo, esponente di una nobile famiglia della Dalmazia. Dopo aver compiuto gli studi superiori a Roma, si fece battezzare e visse da eremita nel deserto di Calcide (Siria). Ritornato a Roma nel 382, divenne per tre anni il punto di riferimento di vari gruppi di nobildonne romane che praticavano la vita ascetica nelle loro case, finch non fu costretto ad abbandonare la citt per l'ostilit crescente contro lo stile di vita monastica, al quale si attribuiva la morte di una giovane asceta, uccisa dai troppo prolungati digiuni. Ma ormai il seme era stato gettato e monasteri maschili e femminili sorsero assai numerosi a Roma e altrove soprattutto per l'iniziativa di vescovi quali Ambrogio di Milano e Paolino di Nola. Contemporaneamente si formavano colonie di eremiti nelle isole lungo i litorali ligure e toscano.
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Per completare il quadro del monachesimo tardoantico in Italia,  da menzionare infine un'esperienza singolare, priva di influenza sulla storia del monachesimo medievale, ma pure assai importante per la storia della cultura e della societ nel passaggio dal mondo antico al Medioevo. Ne fu protagonista un personaggio nel quale ci imbatteremo ancora nel prossimo capitolo, Cassiodoro. Dopo essere stato stretto collaboratore di Teodorico, re degli Ostrogoti, e dei suoi successori, nel 540 si ritir nei suoi possedimenti di Vivarium, presso Squillace in Calabria, dove fond un monastero con caratteri del tutto originali. Si trattava, infatti, non tanto di un luogo di ascesi e di penitenza, quanto piuttosto di una scuola, di un centro di cultura, dove si svolgeva un'intensa attivit intellettuale e scrittoria, basata su un programma di studio volto a conciliare cultura sacra e cultura profana. L'obiettivo era quello di salvaguardare il patrimonio culturale romano trapiantandolo nei monasteri, ma l'operazione, nella formula impegnativa da lui concepita, non era possibile: il monachesimo non era nato per salvare la cultura antica, bens per realizzare un'esperienza perfetta di vita cristiana in un mondo, che appariva in sfacelo nelle sue strutture sociali e materiali. Non sorprende perci che dopo la morte del fondatore di Vivarium non rimase pi traccia. Importante invece fu l'opera di Cassiodoro e dei suoi discepoli per la trasmissione dei testi antichi e l'elaborazione dei programmi di studio (con relativa scelta degli autori) per la scuola medievale.
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La diffusione del monachesimo in Gallia  legata al nome di Martino, vescovo di Tours. Figlio di un ufficiale della Guardia imperiale, nel 357 abbandon la vita militare e abbracci la vita ascetica. Diventato vescovo, riusc a conciliare in maniera mirabile la vocazione monastica con i doveri pastorali. Sulla sua tomba, punto di partenza di un culto assai diffuso, fu costruita nel 470 una basilica meta di pellegrinaggi per tutto il Medioevo, mentre la sua Vita, scritta dal discepolo Sulpicio Severo, diventava il primo manuale di spiritualit monastica dell'Occidente. Al suo nome  da affiancare quello di Giovanni Cassiano, originario delle province balcaniche, che, dopo essere stato in Palestina, in Egitto e a Costantinopoli, intorno al 417 si diede a diffondere in Provenza gli ideali e le tradizioni del monachesimo orientale. Il centro monastico che in Gallia ebbe per maggiore risonanza non fu fondato n da Martino di Tours n da Cassiano, ma fu quello che si form intorno al 410 nell'isola di Lrins, a circa due miglia da Cannes, intorno a Onorato, discendente di una famiglia consolare della Gallia Belgica. In quella che fu chiamata l'isola dei monaci fu realizzato un misto di cenobitismo ed eremitismo, sul modello delle laure della Palestina (insediamenti monastici formati da celle isolate, spesso scavate nella roccia, ma con una chiesa in comune): mentre, infatti, i monaci giovani vivevano in comunit, quelli pi anziani e dotati di esperienza stavano isolati nelle loro celle, ma tutti erano sotto la direzione dell'abate.
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Assai poco invece si sa delle prime vicende del monachesimo in Spagna, in Gran Bretagna e soprattutto in Irlanda, dove si venne organizzando in maniera del tutto originale e da dove, a partire dalla fine del Sesto secolo, si irradier nel resto d'Europa. La singolarit di questa esperienza monastica si manifesta innanzitutto sul piano organizzativo ed  riconducibile alla condizione particolare dell'Irlanda, mai occupata dai Romani e abitata dai Celti, fedeli alle loro tradizioni tribali. Quando il Cristianesimo vi giunse dalla Britannia, forse agli inizi del Quinto secolo, l'assenza di citt rese difficile la creazione di una rete di vescovadi, per cui furono gli abati dei monasteri ad assumere la direzione delle Chiese locali, svolgendo essi stessi le funzioni dei vescovi o, comunque, subordinandoli a loro.
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1.9. Il monachesimo benedettino.
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A questo punto una visione di tipo tradizionale della storia del monachesimo imporrebbe il richiamo a Benedetto da Norcia e al monachesimo benedettino, inteso come coronamento e punto di arrivo di tutte le esperienze tentate fino ad allora dai monaci dell'Occidente. La pi recente storiografia ha per sconvolto definitivamente questa certezza, restituendo, per cos dire, Benedetto alla storia, cio alla sua dimensione storica di fondatore e abate del monastero di Montecassino. Per esso scrisse intorno al 540 una Regola che era soltanto una delle tante esistenti e che egli stesso non considerava n perfetta n definitiva, tanto  vero che consigliava di leggere anche altri testi normativi e di edificazione, tra cui le Regole di Basilio.
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A questa pi esatta definizione del significato della Regola si  giunti come conseguenza del ribaltamento del rapporto tra essa e la cosiddetta Regola del Maestro (Regula Magistri), di autore anonimo e detta cos fin dagli inizi del Nono secolo, perch quasi tutti i capitoli sono introdotti da una formula che annuncia il dialogo tra un maestro e un discepolo (Interrogatio discipuli. Respondit Dominus per Magistrum). Essendo evidente il suo rapporto con la regola benedettina, con la quale nella parte iniziale  del tutto coincidente, ed essendo stato dato sempre per scontato che questa era opera del tutto originale, la Regola del Maestro  stata per secoli considerata una sua imitazione. La tesi che invece essa fosse non un'imitazione, ma la fonte dell'altra, fu affacciata per la prima volta nel 1938 da un monaco benedettino francese, Augustin Genestout. Ne nacque un dibattito assai vivace, che per le sue dimensioni  stato paragonato, forse con un po' di esagerazione, alla "questione omerica", ma che toccava un tema di grande importanza per la storia dell'Occidente medievale.
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Non  possibile in questa sede ripercorrerne tutte le tappe n entrare nel merito delle argomentazioni di carattere filologico, codicologico e storico utilizzate dai vari studiosi che si sono occupati della questione. Basti qui ricordare le conclusioni, ormai praticamente accettate da tutti: la Regola del Maestro sarebbe stata redatta in Italia tra il 500 e il 530 in un'area compresa tra Lazio, Umbria e Campania o, comunque, in un'area soggetta all'influenza della Chiesa di Roma; quella di Benedetto tra il 530 e il 560 nella stessa zona.
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La regola benedettina, quindi, non fu il primo codice monastico organico n tanto meno costitu nelle intenzioni del suo autore la base per la fondazione di un nuovo ordine religioso, anche se ne era prevista fin dall'inizio l'adozione in pi di una comunit. Il suo pregio, destinato tuttavia ad essere riconosciuto solo a secoli di distanza, consisteva piuttosto nella capacit di mettere a frutto tutta l'esperienza del monachesimo orientale e occidentale. Anche i precedenti legislatori monastici avevano operato con questa prospettiva, ma  a Benedetto che la sintesi riesce meglio, per cui, pur essendo i singoli elementi del suo codice normativo presenti in altri testi, il suo impianto complessivo ha una chiara identit. Originale, innanzitutto, non  l'introduzione del lavoro manuale: non solo esso era svolto dagli eremiti del deserto e all'interno delle comunit di Pacomio e di Agostino, ma gi Cassiano ne aveva sottolineato il significato ascetico e in vari testi normativi occidentali il vivere del lavoro delle proprie mani era indicato come un elemento qualificante per il vero monaco. Originali non sono neanche gli ideali di carit e di fraternit che dovrebbero unire tra di loro i monaci, e la soppressione delle celle separate, con la conseguente introduzione del dormitorio comune.
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L'originalit consiste nella capacit di Benedetto di utilizzare l'eredit del passato alla luce della sua esperienza diretta e quindi della sua conoscenza dell'animo umano, per cui tutte le norme sono improntate a grande moderazione e realismo, e ai monaci non si chiede mai nulla di eccessivamente gravoso: moderazione e realismo, che portano Benedetto a un pi equilibrato rapporto, rispetto ad altre esperienze monastiche, tra vita attiva e vita contemplativa, tradizionalmente riassunto nella famosa formula ora et labora. Essa, per, non rende perfettamente l'idea di come sia organizzata la giornata del monaco, all'interno della quale ci sono anche ampi spazi destinati alla lettura e alla meditazione; solo nel caso di monaci particolarmente svogliati e incapaci di concentrazione l'equilibrio pu essere alterato a vantaggio del lavoro manuale, e ci allo scopo di evitare l'ozio, nemico dell'anima.
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Tutto questo non vale, per, a spiegare l'enorme diffusione e la grandissima incidenza che la Regola ebbe a partire dal VII-VIII secolo e che furono dovute al concorso di circostanze storiche completamente nuove e impensabili al tempo del suo autore: circostanze sulle quali si torner nei prossimi capitoli e che chiamano in causa le scelte e le responsabilit, e quindi la libert, di altri uomini e di altri protagonisti. Niente era gi determinato e tutto era ancora da decidere all'alba di quello che, con espressione suggestiva, Giovanni Tabacco ha chiamato l'"avventuroso millennio medioevale".
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Il dibattito storiografico: FINE O TRASFORMAZIONE DEL MONDO ANTICO?
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Come, quando e perch sia finito il mondo antico  da almeno quindici secoli oggetto di riflessione e di dibattito tra gli storici, i quali per, nonostante la diversit dei punti di partenza delle loro analisi e la ricchezza degli elementi informativi via via accumulati nel corso del tempo, fino alla met circa dell'Ottocento non sono pervenuti, come ha osservato Lellia Cracco Ruggini, a una considerazione del problema sostanzialmente nuova rispetto a quella fatta dai contemporanei, che ebbero la chiara percezione dei processi allora in atto, anche se non erano concordi nell'individuarne le cause.
Scrittori, storici, padri della Chiesa quali Cipriano, Ambrogio, Ammiano Marcellino, Zosimo, Salviano, Orosio gi colsero, infatti, una serie di elementi, che, con dosaggio diverso, si ritrovano ancora oggi nella trattatistica storica: la pressione dei barbari sulle frontiere e la loro infiltrazione nell'esercito romano, l'inadeguatezza delle opere difensive, la crisi dei tradizionali valori etici e politici in seguito alla diffusione del Cristianesimo, l'inettitudine di alcuni principi, il carattere oppressivo della pubblica amministrazione e di quella finanziaria in particolare, la cattiva gestione della giustizia, il calo demografico, la crisi economica, il processo naturale di senescenza.
In particolare un dilemma ha attraversato i secoli e le diverse stagioni storiografiche, per essere poi riproposto nei primi decenni del Novecento con giudizi netti e definitivi: la civilt romana  morta "di malattia interna", come scrisse nel 1927 lo storico francese Ferdinand Lot (La fin du monde antique et le dbut du Moyen ge), o " stata assassinata", come sentenzi nel 1947 il suo connazionale Andre Piganiol (L'empire chrtien. 325-395), il quale considerava data di morte dell'impero il 382, l'anno in cui Teodosio stipul un accordo con i Goti, riconoscendone l'insediamento nei Balcani? Prima e dopo di loro il dibattito storiografico ha registrato un numero sterminato di interventi, di cui non  possibile dare conto in questa sede ma per i quali si rinvia a quanto ha scritto in proposito la Cracco Ruggini nel suo saggio La fine dell'impero e le trasmigrazioni dei popoli, in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. secondo, pp. 1-52; qui si segnalano solo le tappe pi importanti e gli autori che sono stati utilizzati per l'elaborazione del quadro prospettato in questo capitolo nonch gli orientamenti emersi successivamente al saggio della storica torinese. Il punto di partenza non pu non essere lo storico inglese Edward Gibbon (1737-1794), autore di una monumentale History of the Decline and Fall of the Roman Empire, pubblicata a Londra negli anni 1776-1788 (versione italiana: Storia della decadenza e caduta dell'impero romano, Torino, Einaudi, 1967), che arriva al 1453 (anno della caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi), abbracciando l'intero Medioevo, considerato come parte del millenario processo di decadenza dell'impero romano, di cui egli riteneva quello bizantino una prosecuzione.
La narrazione prende le mosse dall'et di Adriano e Antonino Pio, nel Secondo secolo d.C., individuata quasi come l'et dell'oro del mondo antico, quella in cui si realizz la forma pi alta di civil society, destinata poi a una progressiva decadenza per la convergenza di almeno tre fattori: il venir meno del coraggio civile, che era stato l'artefice della grandezza di Roma; la diffusione del Cristianesimo, che avrebbe creato uomini "estranei in patria e cittadini in ogni paese straniero"; l'assalto dei Germani, che si configurano, comunque, come portatori di una originale concezione di vita e di una energia creativa che avrebbe dato poi vita ad una nuova civilt, destinata a raggiungere il punto pi alto nell'Europa del secolo diciottesimo.
L'opera, considerata come l'inizio della moderna storiografia sull'impero romano, introdusse, tra l'altro, l'idea della "lunga decadenza", che, in prosieguo di tempo e attraverso un dibattito portato avanti dagli storici spesso anche con l'occhio rivolto ai problemi del loro tempo,  approdata all'individuazione di una nuova et, intermedia tra quella antica e quella medievale, comunemente chiamata "tardoantica" e di cui si indicano come caratteri originali: il dirigismo statale, la sacralizzazione del potere politico, la crisi definitiva della piccola propriet rurale e l'emergere nelle campagne del ruolo di protezione e di comando dei grandi proprietari fondiari sulla popolazione rurale, l'evoluzione del gusto estetico, il delinearsi di una nuova mentalit come conseguenza dell'incontro tra i valori cristiani e la cultura antica. Si tratta di elementi sui quali la discussione , ovviamente, tuttora apertissima, come pure  ancora di attualit il problema dell'inevitabilit o meno della crisi della civilt antica.
Un'impostazione completamente nuova fu quella elaborata agli inizi degli anni Sessanta nel Novecento da uno storico nato a Genova da famiglia ebraica ed emigrato in America nel 1938 a causa delle leggi razziali, Roberto Sabatino Lopez (1910-1986), il quale nel 1962 pubblic in francese un'opera che quattro anni dopo, in versione notevolmente ampliata, apparve in italiano con il titolo La nascita dell'Europa. Secoli quinto- quattordicesimo (Torino, Einaudi, 1966): vi trattava il problema della formazione dell'Europa inserendolo in un pi vasto quadro "emisferico", comprendente l'intero mondo euroasiatico. L'autore not, infatti, un suggestivo sincronismo tra la storia mediterranea e quella cinese: sincronismo che egli spiega non come un fatto casuale, ma come manifestazione di un unico grande ciclo economico.
Secondo la sua teoria, agli inizi dell'era cristiana ci fu un generale indebolimento biologico della popolazione, causa ed effetto di grandi epidemie di peste e di malaria: indebolimento, che avrebbe colpito gli stessi Germani, anche se con effetti meno devastanti, essendo essi a un livello pi basso di civilt. A questa fase di decadenza ne sarebbe seguita una di espansione e quindi ancora un'altra di decadenza a partire dal secolo quattordicesimo.

Tra la crisi degli inizi dell'era cristiana e quella dei secoli finali del Medioevo (di cui ci occuperemo ampiamente nel cap. 20) il Lopez faceva, per, una distinzione importante. Nel primo caso la crisi generale aveva comportato la fine di una civilt, vale a dire il crollo del mondo romano, un'alterazione radicale della sua organizzazione civile e del suo stesso patrimonio materiale di attrezzature e di risorse nonch la dispersione del suo patrimonio culturale. Alla fine del Medioevo, invece, le cose andarono diversamente. Sfidate alla loro radice da una serie di eventi negativi e di profondi sconvolgimenti, le strutture del mondo medievale erano state in grado di resistere. Non vi era stato alcun crollo, fine o dispersione irrecuperabile. Era la prova - concludeva Lopez - del successo conseguito dallo sforzo millenario che, sulle rovine del mondo antico, aveva eretto l'Europa medievale, le sue strutture, la sua cultura, preparando cos quella che sarebbe stata l'Europa moderna, con la sua civilt destinata a una propagazione mondiale. Il libro del Lopez suscit vivaci discussioni sia in Italia che all'estero. Da noi particolarmente interessante fu quella aperta da Giuseppe Galasso e Aldo Garosci sulla "Rivista storica italiana" del 1967, alla quale partecip lo stesso autore.
Oggi, comunque, pu considerarsi acquisito che la vicenda della civilt antica va inserita in una prospettiva pi ampia che comprenda altre realt ad essa contemporanee e in qualche modo assimilabili: prospettiva che  quella da noi adottata in questo capitolo.
Di altra natura l'approccio al problema prospettato di recente da Aldo Schiavone, che nel suo libro La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno, Roma-Bari, Laterza, 1996, ha riproposto l'interrogativo che gi si erano posti nel 1926 lo storico russo M. Rostovzev (Storia economica e sociale dell'impero romano, Firenze, La Nuova Italia, 1933) e nel 1946 l'inglese F.W. Walbank (The Decline of the Roman Empire in the West): perch non vi  stato un progresso lineare e continuo dal tempo di Adriano al nostro secolo, bens un catastrofico arresto che ha costretto l'Europa a un nuovo difficile inizio? Secondo lo studioso italiano la catastrofe era inevitabile e comunque appariva gi una meta obbligata nel Primo secolo quando, con la formazione del principato, si punt sulla costruzione di un organismo politico disposto su tre continenti e dai costi elevatissimi, nel mentre il sistema economico, appesantito dai vincoli della schiavit e da modelli sociali e culturali che privilegiavano la rendita parassitaria rispetto alla dignit del lavoro produttivo, non era pi in grado di produrre le risorse che un tempo erano state fornite in buona parte dalle guerre di conquista.
La catastrofe non fu tuttavia immediata, ma avvenne al rallentatore, anche se questo, secondo Schiavone, non autorizza a pensare n a una transizione dolce dall'impero romano all'Europa alto-medevale n a una rottura ritardata al secolo ottavo, come hanno proposto agli inizi del Novecento Henri Pirenne e Alfons Dopsch (sui quali ritorneremo nei prossimi capitoli).
Nel corso del Settimo secolo, diversamente da quello che essi pensavano, l'Occidente, dove pi e dove meno stremato dalle carestie, dalle pestilenze e da un clima generale di insicurezza, era molto diverso da quello che era ancora nel quarto-quinto secolo: come ha osservato la Cracco Ruggini, oggi nessuno ha pi difficolt ad ammettere che "in certi casi la historia, come la natura, facit saltus".
Sostanzialmente  questa anche la posizione di Paolo Delogu, uno dei pi attenti tra gli storici italiani al dibattito storiografico sulla transizione dall'Antichit al Medioevo e alla valutazione degli apporti che ad esso sono venuti e possono ancora venire dalla ricerca archeologica. In una serie di interventi degli anni 1994-99, nei quali ha tracciato un bilancio dei risultati ai quali sono pervenuti i circa centocinquanta studiosi europei e nordamericani che hanno partecipato al progetto di studio sulla "Transformation of the Roman World", promosso dalla European Science Foundation, lo storico romano ha mostrato di condividere la tesi della "trasformazione" - e non della "fine" - del mondo antico, ma nello stesso tempo ha preso le distanze dalla concezione di una trasformazione lentissima, che si sarebbe conclusa solo nel Nono secolo, sostenendo piuttosto, sulla base delle evidenze archeologiche, che la trasformazione aveva gi prodotto entro la fine del Settimo secolo tali e tanti cambiamenti rispetto al passato, soprattutto per quanto riguarda la circolazione delle merci, la consistenza della cultura materiale e la struttura e distribuzione degli insediamenti, che pu dirsi allora definitivamente dissolto il sistema romano, nel mentre si avviava un processo, sia pur assai lento, di riorganizzazione e riaggregazione su basi nuove, quelle della societ europea del Medioevo.
Della Cracco Ruggini, oltre al lavoro gi citato,  da vedere anche, per un'efficace messa a punto del problema della periodizzazione, il saggio Tardo Antico e alto Medio Evo: continuit e cesure, in Periodi e contenuti del Medio Evo, a cura di P. Delogu, Roma, Il Ventaglio, 1988, pp. 13-37 (dal quale abbiamo tratto la citazione finale).
Sull'atteggiamento degli autori antichi di fronte alla crisi dell'impero costituisce ancora un imprescindibile punto di partenza il volume di S. Mazzarino, Storia romana e storiografia moderna, Napoli, Conte, 1954, cui sono da aggiungere L.
Cracco Ruggini, Pubblicistica e storiografia bizantine di fronte alla crisi dell'impero romano, in "Athenaeum", n.s. 51 (1973), pp. 146-183; AA.VV, Il comportamento dell'intellettuale nella societ antica. Atti delle settime giornate filologiche genovesi, Genova, Istituto di Filologia classica e medievale, 1980.
I pi importanti interventi di P. Delogu nel dibattito sulla trasformazione del mondo antico sono: La fine del mondo antico e l'inizio del medioevo: nuovi dati per un vecchio problema, in La storia dell'Alto Medioevo italiano (sesto-decimo secolo) alla luce dell'archeologia, a cura di R. Francovich e G. Noy, Firenze, All'insegna del Giglio, 1994, pp. 7-29; Trasformazione, estenuazione, periodizzazione. Strumenti concettuali per la fine dell'antichit, in "Mediterraneo antico. Economie Societ Culture", 2/1 (1999), pp. 3-17.


Bibliografia

Per un quadro d'insieme dell'et tardoantica il testo pi aggiornato  il terzo volume della Storia di Roma diretta da A. Schiavone, intitolato appunto L'et tardoantica e curato da A. Carandini, A. Giardina, L. Cracco Ruggini, Torino, Einaudi, 1992-93. Utili anche Societ romana e impero tardoantico, a cura di A. Giardina, Roma-Bari, Laterza, 1986; A.H.M. Jones, il tardo impero romano (284-602 d.C.), Milano, Il Saggiatore, 1973-1981; P. Brown, Il mondo tardo antico. Da Marco Aurelio a Maometto, Torino, Einaudi, 1974; A. Cameron, il tardo impero romano, Bologna, il Mulino, 1993; La parte migliore del genere umano. Aristocrazia, potere e ideologia nell'Occidente tardoantico, a cura di S. Roda, Torino, Scriptorium, 1996.

Sull'economia e sulla societ antica, oltre all'opera classica di M. Rostovzev, Storia economica e sociale dell'impero romano, cit., si vedano: M.I. Finley, L'economia degli antichi e dei moderni, Roma-Bari, Laterza, 1974; Id., Schiavit antica e ideologie moderne, Roma-Bari, Laterza, 1981; P. Garnsey-R. Saller, Storia sociale dell'impero romano, Roma-Bari, Laterza, 1989.

Per le biblioteche pubbliche e private nel mondo romano un testo di riferimento aggiornato  il volume, a cura di G. Cavallo, Le biblioteche nel mondo antico e medioevale, Roma-Bari, Laterza, 1989.

Per la crisi del Terzo secolo si veda M. Mazza, Lotte sociali e restaurazione autoritaria nel Terzo secolo dopo Cristo, Roma-Bari, Laterza, 1973.

Per la diffusione del Cristianesimo e l'organizzazione ecclesiastica: P. Brown, Religione e societ nell'et di sant'Agostino, Torino, Einaudi, 1975; G. Tabacco, L'evangelizzazione dell'Europa e lo sviluppo della potenza ecclesiastica, in La storia, cit., vol. I, pp. 299-324; Storia del Cristianesimo. L'Antichit, a cura di G. Filoramo e D. Menozzi, Roma-Bari, Laterza, 1997. Per i problemi connessi alla definizione della dottrina cristiana un sicuro punto di riferimento  M. Simonetti, Ortodossia ed eresia tra Primo e Secondo secolo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1994.

Per le origini del monachesimo si vedano G.M. Colombs, Il monachesimo delle origini, Milano, Jaca Book, 1984; A.M. Orselli, Il monachesimo in Occidente: dalle origini all'et carolingia, in La storia, cit., vol. I, pp. 325-343.

Per l'Italia in particolare: G. Penco, Storia del monachesimo in Italia.

Dalle origini alla fine del Medioevo, Milano, Jaca Book, 1983; Dall'eremo al cenobio. La civilt monastica in Italia dalle origini all'et di Dante, Milano, Scheiwiller, 1987.

Per la regola benedettina e la questione dei rapporti tra essa e le regole precedenti, di fondamentale importanza sono gli studi di S. Pricoco, ai quali si pu risalire partendo dal suo volume La Regola di San Benedetto e le regole dei Padri, Milano, Fondazione Lorenzo Valla-Arnoldo Mondadori, 1995.




L'Occidente romano-germanico

2.1
Il mito della razza pura

"Una razza pura senza mescolanze, che non assomiglia che a se stessa":  quel che scrive dei Germani lo storico romano Tacito nel 98 d.C., in un'opera comunemente indicata con il titolo di Germania, ma che nei codici medievali  intitolata De origine et situi Germanorum. Quel mito, unitamente all'altro che voleva i Germani nativi delle regioni che occupavano,  stato ripreso a partire dal Cinquecento dagli umanisti tedeschi, alimentando, a partire soprattutto dal tardo Settecento, il nazionalismo tedesco. Le ricerche condotte negli ultimi decenni da archeologi e linguisti lo hanno per infranto inesorabilmente, dimostrando che non  mai esistita una comunit germanica originaria, omogenea dal punto di vista culturale e linguistico, da cui avrebbero avuto origine i vari popoli germanici, destinati successivamente a differenziarsi gli uni dagli altri, ma che, anzi,la civilt germanica si form lentamente, in seguito all'espansione degli Indoeuropei nell'Europa del Nord, dove, sia pur attraverso frequenti rimescolamenti per effetto di spostamenti, partenze e arrivi di gruppi migratori, si fusero con le popolazioni indigene. In altri termini, non c' stata un'omogeneit risalente all'epoca preistorica, bens un'affinit che si  venuta costruendo in et storica (II-I millennio a.C.) e che in ogni caso non elimin affatto le differenze tra i vari e sempre mutevoli raggruppamenti tribali.
A grandi linee si possono individuare nell'ambito delle popolazioni germaniche tre grandi gruppi, destinati a differenziarsi sempre di pi sotto la spinta di influssi culturali esterni: quello settentrionale in Scandinavia e Danimarca, quello orientale tra l'Oder e la Vistola, che si mise in movimento intorno al 200 a.C. verso l'area a nord del Mar Nero e quello occidentale nell'attuale Germania a est del Reno, tra lo Schleswig a nord e il massiccio dello Harz a sud, che confinava con i Celti, dai quali era stato bloccato nel suo movimento verso sud.
Il primo contatto con i Romani avvenne nel Secondo secolo a.C., quando i Cimbri e I Teutoni, partendo dalla Danimarca, si spinsero fino in Spagna, in Gallia e in Italia, dove furono sanguinosamente sconfitti da Mario (113-101 a.C.)- La conquista della Gallia da parte di Cesare rese definitivo il contatto tra Romani e Germani, che si fronteggiavano ormai dalle due rive del Reno, destinato a segnare il confine tra due sistemi di vita fino al 406, fino al tempo cio del balzo definitivo dei Germani verso le regioni del Mediterraneo. Non  da credere per che, mentre il mondo romano attuava tutte le sperimentazioni politiche, sociali e culturali di cui si  parlato nel capitolo precedente, i Germani restassero immobili nella loro barbarie. Accadde invece che agli scontri e alle scorrerie si alternassero gli scambi commerciali e che il contatto con la civilt romana stimolasse il progresso dell'agricoltura e della lavorazione dei metalli (soprattutto nell'ambito della produzione delle armi), nonch l'emergere di differenze sociali.
Ma per cogliere la portata di questa evoluzione,  opportuno prima delineare, sia pure a grandi linee, il mondo dei Germani, quale ci appare dal De bello gallico (51 a.C.) di Cesare e dalla gi menzionata Germania di Tacito, due opere ricche di informazioni e mosse da una grande curiosit, che oggi diremmo di tipo etnologico. In verit, nei centocinquant'anni circa che separano i due autori la civilt germanica aveva gi subito un'evoluzione, ma non di portata tale da alterarne i valori fondamentali e le caratteristiche di fondo, riconducibili in sostanza al rapporto assai mobile con l'ambiente e al primato delle virt guerresche, per cui erano dediti prevalentemente alla caccia e alla guerra. Allevatori di bestiame (soprattutto cavalli e bovini), praticavano anche l'agricoltura, ma con metodi assai primitivi, per cui il suolo ripulito dalla vegetazione con il fuoco (sistema detto del "debbio") e non sottoposto a nessun'altra pratica di concimazione diventava presto improduttivo e doveva essere abbandonato per anni. Di qui i continui spostamenti alla ricerca di terre pi ricche: spostamenti che resero a un certo punto insufficienti i territori originari nonostante una densit di popolazione inferiore rispetto a quella dell'impero romano. L'acquisizione di nuove terre non provocava per tensioni e scontri all'interno della comunit, dato che non esisteva propriet fondiaria e la distribuzione delle terre veniva fatta ai clan e non ai singoli. Ci non autorizza tuttavia a parlare di comunismo primitivo dei Germani, dal momento che essi mantenevano a livello individuale la propriet della ricchezza pi ambita, vale a dire il bestiame, che spesso era il risultato di razzie nei territori circostanti.
Quello che per ci interessa di pi ai fini del discorso che si porter avanti nei prossimi capitoli  capire l'organizzazione della societ e del potere, che ruotava tutta intorno alla guerra, talch il popolo germanico  per definizione un popolo di uomini in armi, ai quali spettava in ultima istanza la decisione sui problemi pi importanti. L'unica gerarchia esistente era quella dei duces, capi militari riconosciuti tali per prestigio guerriero, ma anche per la potenza magico-sacrale delle stirpi cui appartenevano: potenza magico-sacrale, la quale faceva s che il valore militare tendesse a trasmettersi ereditariamente nelle stesse famiglie, i cui membri erano chiamati adalingi, vale a dire nobili. Essi avevano in tempo di pace un ruolo di carattere arbitrale; solo in occasione di guerre i loro poteri si rafforzavano, ma erano pur sempre soggetti al controllo di un consiglio di anziani e all'approvazione dell'assemblea del popolo in armi. Nonostante il loro prestigio, essi non si consideravano e non erano considerati superiori agli altri uomini liberi, essendo fondamentalmente il popolo germanico un popolo di uguali che praticava una sorta di democrazia diretta. L'unico strumento per emergere era la capacit, fondata sul valore in guerra, di aggregare intorno a s un certo numero di giovani guerrieri (gruppo che gli autori latini chiamavano comitatus), per compiere razzie e scorrerie. Il gruppo in origine si scioglieva dopo ogni impresa, ma negli anni che separano Tacito da Cesare tende a stabilizzarsi; e ci nel contesto di un pi ampio processo che, con tempi diversi tra le varie trib, port, da un lato, a una maggiore ricchezza e a una crescita di influenza degli adalingi all'interno dell'assemblea dei guerrieri e dall'altro al primo apparire in tempo di guerra di un capo unico scelto per il suo valore.
All'origine di questa evoluzione c'era chiaramente l'influenza della civilt romana con le sue rigide gerarchie sociali, con il suo modello di potere politico assoluto e con le lusinghe della sua vita raffinata: modelli e lusinghe, che i Germani stavano cominciando a conoscere sia attraverso gli scambi commerciali sia attraverso l'ingaggio sempre pi frequente di gruppi di guerrieri da parte dell'autorit imperiale. In particolare, carica di conseguenze per il futuro fu la stabilizzazione del comitato, perch cre le premesse per l'emergere di lites guerriere, tendenti a superare anche le tradizionali separazioni tra i clan, dato che in combattimento i membri dei comitati erano portati a schierarsi intorno ai loro capi e non pi sulla base dei nuclei parentali di appartenenza.
La ricettivit dei Germani di fronte alle influenze culturali dell'ambiente circostante  dimostrata, del resto, in maniera evidentissima dalle vicende dei Goti, un popolo che si venne formando per successive aggregazioni nel corso del trasferimento, durato diversi secoli, dalla Scandinavia all'area a nord del Mar Nero, dove risulta gi insediato nel Terzo secolo d.C. Al termine della loro trasmigrazione i Goti si ritrovavano alquanto diversi rispetto ai loro antenati e agli altri gruppi etnici che vivevano nella grande foresta di querce che allora ricopriva ancora la parte centrale dell'Europa. I contatti infatti, prima, con le varie trib germaniche incontrate lungo il viaggio, poi con i nomadi di stirpe iranica delle pianure della Russia meridionale e dell'Ungheria (Sarmati e Alani), infine con citt greche del Mar Nero lasciarono una forte impronta sulla religione, sull'assetto sociale e sul modo di combattere di quelli che possiamo definire i Germani orientali, la cui civilt cominciava a configurarsi nella sua originalit gi agli occhi di Tacito. In questa sede  opportuno sottolineare due elementi: il progresso nel combattimento a cavallo (I Germani occidentali nel combattimento scendevano da cavallo), dovuto sia al condizionamento del nuovo habitat, formato da vaste pianure, sia all'influenza dei popoli cavalieri delle steppe; e la formazione di una struttura sociale pi gerarchica, che culmin nella creazione su basi stabili di monarchie tribali a carattere militare, dotate di potere coercitivo e destinate a rafforzarsi ancora di pi al tempo delle grandi migrazioni.


2.2
La pressione sui confini dell'impero

Mentre al di l del confine danubiano genti germaniche e nomadi delle steppe si influenzavano a vicenda, subendo poi insieme l'influenza del mondo ellenistico-romano, la penetrazione dei Germani occidentali nel territorio dell'impero si faceva sempre pi consistente.
Gi a partire dal Primo secolo il loro apporto si rivel indispensabile sia per il reclutamento delle legioni da schierare a difesa dei confini sia per il popolamento delle regioni periferiche, rimaste spesso spopolate proprio in conseguenza delle continue incursioni dei Germani. Il risultato fu che agli inizi del Terzo secolo la presenza germanica all'interno dell'esercito era ormai prevalente, avviandosi a lambirne anche i vertici attraverso l'ascesa di elementi barbarici ai pi alti gradi della gerarchia militare e poi di quella politica, senza per che questo bastasse a contenerne la sempre crescente pressione lungo i confini.
Eppure, nonostante la crisi interna, che abbiamo gi descritta e di cui i Germani erano un elemento aggravante e non la causa prima, il crollo non ci fu. L'impero riusc a superare il momento critico, accogliendo nelle regioni lungo il confine del Reno trib di Franchi, Alamanni e Burgundi, e respingendo lungo il Danubio gli assalti dei Goti, i quali, sconfitti nel 269 dall'imperatore Claudio II, per circa un secolo non furono pi un pericolo. Si tent anzi di ridurne l'aggressivit, favorendone la conversione al Cristianesimo ad opera del vescovo goto Ulfila (o Vulfila), il quale intorno al 341 tradusse in gotico ampi brani della Bibbia, dando cos per la prima volta dignit letteraria a una lingua germanica.
Quando per sembrava che fosse stato raggiunto un equilibrio tra mondo romano e mondo germanico e che i loro rapporti dovessero evolvere in maniera non troppo traumatica, un evento esterno impresse un'accelerazione improvvisa al corso della storia: l'arrivo dalle steppe asiatiche degli Unni. Si trattava di un raggruppamento di popoli turco-mongoli, affini a quelli che gi abbiamo visti in azione contro gli altri grandi imperi di sedentari di Persia, India e Cina, e che erano parte di un vastissimo movimento che spingeva verso occidente i nomadi cavalieri delle steppe. Travolti e inglobati nella loro dominazione prima gli Alani, intorno al 370, e poi gli Ostrogoti (= i Goti dell'Est, stanziati tra il Don e il Dniestr), gli invasori investirono i Visigoti (= i Goti dell'Ovest, insediati tra il Don e il Danubio), legati all'impero da un trattato di alleanza. Questi, dopo aver tentato invano di resistere, ottennero dall'autorit imperiale di poter passare il confine, stanziandosi in Tracia, nell'attuale Romania, dove si sarebbero mantenuti con i tributi delle popolazioni locali, dovendo provvedere alla difesa di quella regione in qualit di federati. Al momento il pericolo sembrava scongiurato, perch gli Unni, organizzati come orda - vale a dire non come un esercito, ma come un insieme di trib guidate dalla loro aristocrazia guerriera e coordinate da un capo supremo -, vedevano affievolirsi la loro spinta espansiva man mano che si allontanavano dalle loro regioni di origine, per inoltrarsi in terre non del tutto adatte alla vita nomade. La loro pressione e il terrore che essi suscitavano ebbero, tuttavia, l'effetto indiretto di provocare un grosso sommovimento tra le popolazioni germaniche, che travolse il mondo romano, riducendo l'impero soltanto alla sua parte orientale.
Intanto, l'insediamento dei Visigoti in Tracia si era rivelato pi difficoltoso del previsto a causa dell'ostilit della popolazione e delle azioni di rapina ai danni delle citt, a cui i nuovi venuti si dicevano costretti per le inadempienze dei funzionari imperiali. Ne nacque una guerra aperta, che termin il 9 agosto 378 con uno dei pi grandi disastri militari della storia romana: la distruzione dell'esercito imperiale da parte della cavalleria gotica presso Adrianopoli e la morte sul campo dello stesso imperatore Valente. L'impressione che l'evento suscit nell'opinione pubblica del tempo fu enorme e ancora oggi alcuni studiosi tendono a dare ad esso un valore emblematico, considerandolo l'inizio della fine dell'impero.
Di l a poco sembr, tuttavia, che si potesse riprendere il controllo della situazione grazie al generale Teodosio, il futuro imperatore, il quale riusc a stipulare un nuovo accordo con i Visigoti, che prevedeva il loro trasferimento nell'Illirico, in una regione corrispondente grosso modo alle attuali Bosnia-Erzegovina, Albania e Grecia.


2-3
La divisione definitiva dell'impero

Gli sviluppi successivi sono legati a vicende interne all'impero e riconducibili all'emergere di una progressiva separazione tra la parte orientale e quella occidentale. Con Teodosio fu possibile restaurare negli anni 392-395 l'unit imperiale, assai labile per buona parte del secolo Quarto per effetto della riforma istituzionale di Diocleziano. Si tratt di una situazione transitoria e che comunque non poteva annullare i vari motivi, che rendevano le due parti dello Stato sempre pi diverse tra di loro. Fu perci inevitabile che alla sua morte l'impero venisse diviso, questa volta definitivamente, tra i due figli Onorio e Arcadio, che ereditarono il primo l'Occidente con capitale Milano, il secondo l'Oriente con capitale Costantinopoli. Essendo entrambi molto giovani - avevano rispettivamente dodici e diciotto anni - il padre impose ad Onorio la tutela del generale vandalo Stilicone e mise Arcadio sotto la guida del goto Rufino, prefetto del pretorio. La scelta dei due tutori ovviamente non fu casuale, ma si inquadrava nella politica di Teodosio di apertura verso le popolazioni germaniche sia attraverso il loro accoglimento all'interno dell'impero come federati sia attraverso l'inserimento nell'esercito dei contingenti armati da esse provenienti.
Una politica di tal genere, comportando come conseguenza l'ingresso dei Germani nel senato - i vertici della gerarchia militare acquisivano infatti il diritto di entrare nel senato - non manc ovviamente di provocare tensioni all'interno dell'aristocrazia senatoria, ma l'operazione, in Occidente almeno, diede qualche frutto e port alla convergenza tra famiglie senatorie e alti gradi della gerarchia militare. Il personaggio che sembr incarnare questo processo al pi alto livello fu Stilicone, stretto collaboratore di Teodosio, di cui spos una nipote e da cui eredit la politica conciliante verso i Visigoti, senza esitare tuttavia a far uso della forza quando era necessario. La sua posizione si faceva per di giorno in giorno pi delicata per effetto di due fenomeni convergenti. Da un lato, infatti, cominci a crescere all'interno della corte l'opposizione verso gli elementi di origine barbarica, come conseguenza anche della reazione antigermanica, che nel 400 aveva portato in Oriente all'estromissione degli ufficiali di origine germanica dalle alte cariche militari e alla decisione di non concedere pi nel futuro lo stanziamento di federati armati all'interno dei confini dell'impero; dall'altro lato, i Visigoti e gli altri Germani orientali diventavano sempre pi inquieti per la pressione che gli Unni avevano ripreso ad esercitare alle loro spalle, incoraggiati anche da Costantinopoli, che cercava di liberarsene spingendoli verso Occidente.
La situazione precipit nel 406 - questa, s, una data decisiva nella storia dell'impero romano -, quando il confine del Reno - che Stilicone era stato costretto a sguarnire per far fronte in Italia, prima, a un'incursione di bande di Ostrogoti e altri Germani guidate da Radagaiso, e poi alla rinnovata minaccia dei Visigoti di Alarico - nella notte di San Silvestro fu superato da Vandali, Alani e Svevi diretti in Gallia, e da qui in Spagna, dove giunsero nel 409. Ad essi si aggiunsero, sia pur con un larvato consenso imperiale, Franchi e Burgundi. Il prestigio di Stilicone ne fu scosso in maniera irrimediabile, per cui, una volta abbandonato dallo stesso imperatore Onorio, fin vittima di una sollevazione delle truppe di nazionalit romana, aizzate da un alto funzionario di corte del partito antigermanico.
La scomparsa del generale vandalo apr le porte dell'Italia ai Visigoti guidati da Alarico, i quali attraversarono l'intera penisola e il 24 agosto del 410 entrarono in Roma dalla porta Salaria, sottoponendo la citt per tre giorni a un saccheggio che suscit un'enorme impressione nei contemporanei, tra i quali non pochi vi videro il segno premonitore di un'imminente fine del mondo. Con la citt croll, infatti, il mito della sua invincibilit e la fede nella sua missione eterna, il che fece riesplodere le polemiche tra pagani e cristiani. I primi, soprattutto per bocca del gallo Rutilio Namaziano, rinnovarono la condanna del Cristianesimo, considerato insieme ai barbari responsabile della crisi dell'impero.
I cristiani, non meno smarriti e commossi davanti a quell'evento straordinario, reagirono invece in maniera diversa: san Girolamo, che seguiva gli eventi dal suo ritiro di Betlemme, si rassegn all'ormai inevitabile fine ("In una sola citt  perito tutto il mondo"); sant'Agostino, al contrario, pur nel suo profondo dolore, trov la forza di reagire sia contro le accuse dei pagani sia contro il pessimismo dei cristiani, rinnovando nel De civitate Dei la sua fede nella civilt romana ed elaborando per la prima volta in maniera compiuta un'ideologia politica, che dar la sua impronta a tutto il pensiero politico del Medioevo.
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APPROFONDIMENTI: Alarico, "saccheggiator cortese".
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Il saccheggio di Roma del 410 coinvolse solo i quartieri pi ricchi, riuscendo nel complesso molto meno rovinoso di quello che sar attuato nel 455 dai Vandali di Genserico, che durer ben quindici giorni. Da un esame attento delle fonti si ha l'impressione che quella tragedia si sarebbe potuta evitare e che Alarico abbia voluto compiere pi che altro un gesto dimostrativo nei confronti dell'imperatore Onorio, con il quale aveva cercato invano di giungere a un accordo per lo stanziamento dei Visigoti sul territorio dell'impero. Che non si sia trattato del semplice esplodere di una furia devastatrice e della ricerca di bottino,  dimostrato dal fatto che il re diede ordine ai suoi uomini di non saccheggiare le chiese e di rispettare quelli che vi avessero cercato asilo.
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L'itinerario dei Visigoti attraverso Roma  stato ricostruito da Silvi Lusuardi Siena sulla base delle fonti scritte e degli scavi archeologici L'ingresso in citt avvenne dalla porta Salaria, superata la quale sembra che Alarico si sia diretto verso gli Orti Sallustiani e di qua verso i fori imperiali, dove tracce di distruzioni e incendi sono state rinvenute nelle aree della basilica Giulia, del tempio della Pace e delle terme sul Palatino.
Dal centro i Visigoti puntarono verso il Celio, uno dei quartieri pi ricchi della citt, attraversando la via Celimontana. Qui sorgeva la ricchissima casa di Melania la Seniore, la quale aveva convinto il marito Valerio Massimo, ex prefetto di Roma, a metterla in vendita, per darsi alla vita ascetica, ma non si era trovato un compratore a causa del prezzo troppo alto; ridotta a un cumulo di rovine, fu venduta dopo il 410 a un prezzo assai basso. Proseguirono poi verso l'Aventino, anch'esso ricca zona residenziale, che ospitava i depositi di derrate alimentari destinate al popolo, di cui ovviamente fu fatta incetta. Infine, dopo aver attraversato Trastevere, uscirono dalla citt dalla porta Aurelia, dirigendosi verso sud.
Nei tre giorni di permanenza a Roma non sembra per che Alarico sia riuscito a far rispettare completamente il suo ordine di risparmiare le chiese, dato che si ha notizia di una processione di vergini da lui voluta, per far riportare nella chiesa di San Pietro le suppellettili sacre che ne erano state asportate.
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Se il saccheggio di Roma ebbe un effetto pi psicologico che politico-militare, fu il crollo della frontiera del Reno a segnare una data di non ritorno. A partire da allora l'autorit dell'impero d'Occidente si venne riducendo sempre di pi, fino ad esercitarsi nel giro di una ventina d'anni su un territorio che superava di poco l'Italia. Morto qualche mese dopo Alarico presso Cosenza (fu sepolto, secondo una tradizione raccolta intorno al 550 dallo storico dei Goti Giordano, nel letto del fiume Busento, che era stato temporaneamente deviato), i Visigoti risalirono l'Italia e ottennero di potersi stanziare come federati in Aquitania, nella Gallia meridionale, tra Tolosa e Bordeaux, contribuendo poi a sospingere sempre di pi verso il sud della Spagna Vandali e Alani.
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I popoli che abbiamo menzionati finora - Vandali, Alani, Svevi, Franchi, Burgundi, Visigoti - in tempi e modi diversi furono tutti riconosciuti da Onorio e dai suoi successori come federati e quindi posti a carico dei proprietari romani sulla base dell'istituto dell'hospitalitas, che prevedeva l'obbligo per i proprietari di cedere un terzo - ma a volte anche i due terzi - delle loro terre ai Germani. Apparentemente si trattava della continuazione di una pratica gi in vigore dal Primo secolo, ma in realt la situazione era ora completamente diversa, e non solo per l'entit di gran lunga superiore degli stanziamenti, ma anche e soprattutto per il fatto che i nuovi federati non erano pi solo dei soldati stanziati lontano dalle loro sedi di origine, ma vivevano con i loro beni e le loro famiglie sotto l'autorit di un re e sulla base di proprie leggi; di qui, una libert di iniziativa che li rendeva praticamente autonomi.
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Lo si vide con i Vandali, che, sconfitti ripetutamente in Spagna dai Visigoti, nell'estate del 429 sotto la guida del re Genserico passarono in Africa, nella regione che costituiva il granaio dell'impero e che invano i Visigoti avevano tentato di raggiungere. Sbarcati a Tangeri, si diressero verso Cartagine, seminando morte e distruzione lungo la loro marcia, e imponendo alla regione un duro dominio, che non si mitig neanche quando nel 435 furono riconosciuti come federati dell'impero. Anzi, una volta presa confidenza con il mare, si diedero a correre il Mediterraneo occidentale in lungo e in largo, impadronendosi della Corsica, della Sardegna e delle Baleari, e tenendo sotto continua minaccia l'Italia e la Sicilia, che temporaneamente occuparono in buona parte. Nel 455 giunsero, come si  visto, anche a saccheggiare Roma.
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Intanto la Britannia, dalla quale Stilicone era stato costretto a ritirare i contingenti armati che la presidiavano, per far fronte alla minaccia dei Goti, verso la met del Quinto secolo veniva invasa da Angli, Sassoni e Juti, provenienti dallo Jutland e dalle regioni costiere della Germania. Essi si sostituirono alla popolazione celtica, spingendola verso il Galles e la Cornovaglia, mentre i Bretoni, che abitavano il Sud-Ovest dell'isola, per sottrarsi al loro dominio, attraversavano la Manica e si stabilivano nell'attuale Bretagna, nella Francia nordoccidentale.
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2.4. Il tramonto dell'impero romano d'Occidente.
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L'autorit dell'imperatore d'Occidente, la cui residenza per ragioni di sicurezza era stata spostata fin dal tempo di Onorio da Milano a Ravenna, si esercitava ormai, oltre che sull'Italia, soltanto sulle province con essa confinanti (Provenza, Rezia, Nerico e Dalmazia). Nel nord della Gallia alcuni generali romani riuscivano ancora a sottrarre all'avanzata dei Franchi territori pi o meno ampi, ma su di essi esercitavano un dominio che solo formalmente derivava da quello imperiale, non essendo in pratica diverso da quello dei re germanici: l'ultimo di essi, Siagrio, sar eliminato da Clodoveo nel 486. La scomparsa di Stilicone aveva creato per un momento l'illusione che anche in Italia potesse aversi un rigurgito di orgoglio nazionale e l'estromissione definitiva dei Germani dai vertici dello Stato, e ci anche grazie all'aiuto di Costantinopoli che, facendo ascendere nel 425 al trono d'Occidente Valentiniano Terzo sotto la tutela della madre Galla Placidia, sorella dell'imperatore Onorio, prese ad esercitare una sorta di protettorato sull'Italia. Ben presto per apparve chiaro che l'apporto dell'elemento germanico era essenziale per la sopravvivenza di quello che restava dell'impero d'Occidente, per cui si torn a una politica di convergenza tra Romani e barbari.
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Di essa si fece interprete Ezio, un generale di origine romana ma cresciuto tra gli Unni, che riprese la politica di Teodosio e Stilicone, per utilizzare questa volta i Germani contro gli Unni, i quali sotto la guida di Attila avevano invaso la Gallia e minacciavano l'Italia. E infatti Ezio riusc nel 451 a batterli sui Campi Catalaunici, presso Troyes, alla testa di un esercito formato in gran parte da Visigoti e Burgundi. Il pericolo per non era stato ancora scongiurato del tutto. L'anno dopo Attila penetr in Italia attraverso il Friuli, distruggendo Aquileia, i cui abitanti cercarono rifugio nelle isole della laguna, dando vita cos al primo nucleo di quella che sar poi Venezia. La sua marcia si arrest sul Mincio, dove gli and incontro il papa Leone Primo in qualit di ambasciatore di Valentiniano III. La tradizione cristiana attribuisce lo scampato pericolo a un miracolo operato dal pontefice; probabilmente il ritiro di Attila nacque invece dal timore di un attacco di Costantinopoli ai suoi immensi domini, che diventavano sempre pi vulnerabili man mano che crescevano in estensione, data la mancanza di una struttura politica e amministrativa capace di tenerli insieme. E, infatti, dopo la sua morte l'impero degli Unni si sfald e ripresero la loro libert di azione quei popoli germanici che vi erano stati inglobati, tra cui gli Ostrogoti e i Gepidi.
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Nel 454 Ezio fu ucciso dallo stesso Valentiniano, il quale a sua volta cadde l'anno dopo per mano di due seguaci di Ezio. La loro scomparsa cre ai vertici dello Stato una situazione sempre pi confusa, con il succedersi rapido di imperatori privi di potere effettivo, quasi sempre nelle mani dei comandanti delle forze romano-barbariche che presidiavano la penisola. Tra essi ebbero una preminenza non effimera lo svevo Ricimero e lo sciro Odoacre. Quest'ultimo, dopo aver deposto nel 476 il giovanissimo imperatore Romolo Augustolo, innalzato al trono appena l'anno prima dal generale Oreste suo padre, rimand a Costantinopoli le insegne imperiali, dichiarando di voler governare quello che restava dell'impero d'Occidente in nome dell'imperatore d'Oriente con il solo titolo di patrizio; nello stesso tempo assunse il titolo di re degli Eruli, degli Sciri e degli altri Germani che avevano sostenuto il suo colpo di Stato. Gli resistette per poco solo Giulio Nepote, il penultimo imperatore che era stato deposto da Oreste e che si era ritagliato un suo dominio in Dalmazia, dove nel 480 fu ucciso dai suoi soldati.
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Gli avvenimenti ora descritti, e soprattutto i saccheggi di Roma e di Aquileia, se provocarono grandi sofferenze tra la popolazione italica, non valsero per a sconvolgere l'assetto sociale dell'Italia, caratterizzato dalla schiacciante egemonia dell'aristocrazia senatoria non soltanto sui coltivatori dipendenti, ma anche sul ceto dei piccoli possessori, che nel capitolo precedente abbiamo visto sempre pi attratti dalla possibilit di trovare all'ombra dei grandi proprietari terrieri quella protezione che lo Stato non era pi in grado di assicurare o che faceva pagare con un fiscalismo eccessivo.
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Questa aristocrazia, che aveva mantenuto nell'ultimo secolo una notevole capacit di iniziativa politica contribuendo, a volte in maniera decisiva, al successo o all'insuccesso dei candidati al trono imperiale, anche quando al tempo di Odoacre dovette cedere - sempre in base al principio dell'ospitalit - un terzo delle terre a favore delle genti germaniche che lo avevano eletto re, non per questo gli fece mancare il suo sostegno, vedendo in lui il personaggio adatto a garantire l'inserimento non traumatico dei Germani nella struttura sociale esistente e l'equilibrio tra la loro supremazia militare e quella politico-sociale della vecchia classe dirigente.
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2.5. Il sogno di Teodorico.
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Da questo punto di vista, tutta all'insegna della continuit fu la fine del governo di Odoacre e la sua sostituzione con Teodorico, il re ostrogoto educato alla corte di Costantinopoli, il quale nel 489, per incarico dell'imperatore Zenone preoccupato per l'espansionismo di Odoacre in Dalmazia, port in Italia il suo popolo, formato da circa 100-125.000 persone, di cui 20-25.000 guerrieri. L'aristocrazia - e con essa l'episcopato cattolico - si volse subito dalla sua parte, perch vide in lui, oltre che l'inviato dell'imperatore e l'uomo forte del momento, ancora pi salde garanzie di rispetto degli equilibri sociali esistenti. E in effetti Teodorico mostr subito di voler operare in pieno accordo sia con l'aristocrazia sia con la Chiesa cattolica, che prese sotto la sua protezione, pur essendo egli ariano al pari del suo popolo. Con gli Ostrogoti era la prima volta che si stanziava in Italia un intero popolo e che si operava un trasferimento di terre di grandi dimensioni - sempre in base al principio di ospitalit - dai proprietari romani ai guerrieri germanici.
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L'operazione per non fu traumatica, perch il declino demografico, allora in atto sia in Italia sia negli altri territori dell'ex impero d'Occidente (nel 452 Italia, Gallia e: Spagna furono colpite dalla peste), faceva aumentare la disponibilit di terre. Inoltre non si instaur la dominazione degli Ostrogoti sulla popolazione romana, ma si realizz la coesistenza di due comunit con distinti ordinamenti giuridici e unite soltanto nella figura di Teodorico, re della sua gente e vertice dell'apparato politico-amministrativo romano, in quanto titolare della carica di prefetto d'Italia. I Goti, gli unici ad avere il diritto dovere di portare le armi, erano governati da comites (= conti), i quali erano anche i governatori militari dei distretti in cui era diviso il territorio. I Romani, rigorosamente esclusi dall'esercito, formavano una comunit distinta, che continuava a vivere secondo il diritto romano ed era inquadrata nel tradizionale apparato politico-amministrativo egemonizzato dall'aristocrazia e da quello che era rimasto delle antiche lites cittadine.
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La compresenza di due ordinamenti giuridici nell'ambito dello stesso organismo politico, se costituiva una novit per l'Italia, non lo era gi da secoli per le altre regioni dell'impero. In esse la pratica assai diffusa dell'ospitalit, soprattutto lungo i territori confine, aveva comportato l'introduzione di quella che oggi i giuristi chiamano la personalit del diritto, consistente nella possibilit per un gruppo etnico di vivere secondo proprie leggi all'interno di un territorio regolato da leggi diverse (in questo caso quella romana). Nuove o, almeno, singolari erano invece la lucidit e la determinazione con i quali Teodorico persegu il disegno di tenere distinte le due comunit, richiamando in vita una vecchia legge romana del 370 che vietava i matrimoni tra Romani e barbari, sostenendo l'Arianesimo, considerato come un elemento essenziale dell'identit culturale del suo popolo. La rigida separazione tra Romani e Goti comport il superamento della prassi tradizionale, ancora vigente al tempo di Odoacre, che prevedeva l'ingresso nel senato dei Germani che raggiungevano i vertici della gerarchia militare. .
Ora invece l'aristocrazia gota, che ricopriva alte cariche militari, entrava a far parte, insieme a ministri e consiglieri romani, del consiglio del re (il consistorium, imitazione del sacrum consistorium imperiale, detto cos perch si stava in piedi alla presenza del sovrano), ma non pi del senato, considerato presidio della romanit.
Gli Ostrogoti, ad eccezione del ceto dirigente, i cui membri, a giudicare dalla documentazione archeologica, si mostravano interessati a recepire le consuetudini romane, sembra che siano rimasti distinti dai Romani anche nell'abitazione. Insediatisi soprattutto nella Pianura padana, nelle citt costiere dell'Adriatico e lungo gli assi viari che collegavano l'Adriatico con Roma, vissero, sotto forma di presdi militari o concentrati in propri quartieri e nelle loro propriet rurali, mantenendo una loro forte coscienza politica e uno stile di vita ispirato alla loro cultura bellicosa, talch pi volte il sovrano dovette esortarli a non commettere vessazioni ai danni della popolazione romana.
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Non  possibile dire se alla base della politica di Teodorico ci fosse solo una fortissima coscienza nazionale o anche la consapevolezza, acquisita negli anni trascorsi alla corte di Costantinopoli, dell'impossibilit di realizzare in tempi brevi la compenetrazione tra germanesimo e mondo romano. Certo, l'espressione attribuitagli dall'Anonimo Valesiano (autore cristiano del Sesto secolo) che " commiserevole il romano il quale imita il goto, mentre  utile il goto che imita il romano", farebbe pensare piuttosto che egli ritenesse ancora ineguale lo scambio tra i due popoli e che l'integrazione dovesse essere rinviata al momento in cui i Goti avessero preso coscienza della loro possibilit di elevarsi al livello di civilt dei Romani. Inducono a crederlo anche gli sforzi operati da Cassiodoro - uno dei pi illustri rappresentanti, insieme a Boezio e a Simmaco, della colta aristocrazia romana che si strinse intorno al re - per far conoscere la romanit ai Goti e nobilitare i Goti agli occhi dei Romani: sforzi che dovettero dare qualche frutto, se all'interno della corte non erano pochi i Goti che conoscevano il latino e il greco, e i Romani che facevano insegnare ai loro figli il goto. A Ravenna, sede della corte, risulta inoltre operante l'officina libraria dell'amanuense goto Viliaric, da cui uscirono codici di lusso con testi di autori cristiani e della Bibbia di Ulfila; il che ha fatto pensare all'esistenza di dotti goti impegnati nella creazione di una cultura letteraria in gotico.
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Simbolo del fascino che la civilt romana esercitava su Teodorico, ma nello stesso tempo della sua volont di dare espressione anche alla cultura germanica, che non avrebbe dovuto scomparire davanti alla prima,  il pi singolare degli edifici che egli fece costruire nell'ambito dell'impegnativo programma di restauri e nuove costruzioni, che realizz nelle principali citt italiane sia per risollevare le condizioni economiche del paese sia soprattutto per finalit di carattere propagandistico: il mausoleo destinato a custodire le sue spoglie. Formato da due ambienti sovrapposti, riconducibili a tradizioni costruttive diverse, e con una pesantissima copertura monolitica a calotta che non ha eguali nell'architettura tardoantica e bizantina, l'enigmatico edificio si inserisce infatti nella tradizione dei monumenti imperiali, ma rivela nell'impianto strutturale e negli elementi ornamentali un indubbio riferimento a una cultura barbarica.
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Il sogno di Teodorico di essere nello stesso tempo "custode della libert e propagatore del nome romano", come recita un'iscrizione coeva, nonch creatore di una civilt della Gothia, che avrebbe dovuto essere espressione di tutte le popolazioni barbariche, si infranse tuttavia contro le resistenze sia del mondo germanico sia di quello romano. Su gran parte del primo era riuscito all'inizio a imporre una specie di protettorato con accordi e alleanze matrimoniali, che gli avevano consentito di legare a s Franchi, Vandali, Visigoti, Burgundi e Turingi, ma ben presto la sua politica estera si scontr con un analogo progetto egemonico concepito dal re dei Franchi, Clodoveo. Contemporaneamente si complicavano i rapporti anche con il mondo romano, e non tanto per l'espansionismo di Teodorico nei Balcani - conquist la Pannonia e stabil il suo protettorato sulla Dalmazia - quanto piuttosto in seguito al ristabilirsi, dopo un dissidio durato una cinquantina d'anni, di una piena intesa tra papato e imperatore d'Oriente in merito all'applicazione delle decisioni del Concilio di Calcedonia.
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L'intesa aveva la duplice conseguenza di orientare pi favorevolmente verso l'imperatore l'aristocrazia romana filopapale e di provocare un certo irrigidimento tra i Goti, che erano ariani, e i cattolici, dato che papa e imperatore avevano concordato misure pi severe verso gli eretici. Ne nacque un clima di diffidenza, che port Teodorico a vedere complotti ovunque e di cui pagarono le conseguenze il filosofo Severino Boezio e il presidente del senato Simmaco nonch lo stesso pontefice Giovanni I, che fu gettato in carcere.  vero che n questi episodi dolorosi n la morte di Teodorico nel 526 valsero a far crollare in Cassiodoro la fiducia nel programma iniziale di quell'eccezionale sovrano, ma era evidente che la potenza dei Goti in Italia aveva iniziato la sua parabola discendente; ed essa non pot essere arrestata neanche con un brusco ritorno alla tradizione nazionale. Nel 535 l'imperatore Giustiniano, come si vedr nel prossimo capitolo, dava inizio alla riconquista dell'Italia, nell'ambito di un pi vasto progetto di riconquista dell'intero Occidente.
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2.6. Gli altri regni romano-barbarici.
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All'incirca nello stesso periodo e per motivi in parte analoghi si consum anche il dramma dei Vandali dell'Africa, i cui rapporti con le popolazioni locali erano stati sempre assai difficili non solo per la brutalit delle confische, operate al momento della conquista senza rispettare il principio dell'ospitalit, ma anche per le persecuzioni che essi, in quanto ariani, attuarono ai danni della Chiesa cattolica, di cui confiscarono a pi riprese i beni. Indeboliti anche dalla pressione delle trib berbere dell'interno e dalla politica incerta dei successori di Genserico, i Vandali tra il 533 e il 534 furono travolti dall'espansionismo di Giustiniano e sparirono definitivamente dalla scena politica.
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Tralasciando altre minori formazioni politiche - tra le quali sono comunque da menzionare almeno il regno dei Burgundi nel bacino del Rodano e quello degli Svevi nella parte nord-occidentale della penisola iberica - ci soffermiamo ora sui due organismi politici pi saldi nati dal disfacimento dell'antico impero d'Occidente: il regno dei Visigoti, che arriv a comprendere nella seconda met del Quinto secolo la Gallia centro-meridionale e parte della penisola iberica, e soprattutto quello dei Franchi, formatosi originariamente nella Gallia nord-orientale, ma destinato ad una rapida espansione nelle regioni circostanti: regni che furono accomunati dalla capacit dei loro sovrani di dare stabilit al loro potere, fondandolo su una piena convergenza con l'aristocrazia romana e con l'episcopato cattolico.
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I Visigoti, che abbiamo lasciati nel momento in cui, dopo il sacco di Roma, avevano ottenuto dall'imperatore Onorio di stanziarsi come federati in Aquitania, mostrarono subito un certo dinamismo espansivo, allargandosi in Provenza e nella penisola iberica, e accreditandosi come formazione politica in grado di assumere la guida dell'intero mondo germanico. Furono per bloccati dai Franchi, i quali li sconfissero duramente a Vouill (a sud della Loira) nel 507, togliendo loro l'Aquitania e sospingendoli definitivamente verso la penisola iberica, che finirono con l'occupare in gran parte, incorporando anche il regno degli Svevi. Il trasferimento in Spagna, dove centro politico del regno divenne Toledo, non modific per la fisionomia originaria della costruzione politica realizzata dai Visigoti e caratterizzata da un precoce connubio con l'aristocrazia locale, sebbene il principio dell'ospitalit fosse stato applicato nella misura di due terzi e non in quella consueta di un terzo. Questo connubio influ fortemente sia sull'aristocrazia gota, che alle sue attitudini guerriere impar a unire la cura per i patrimoni recentemente acquisiti, sia soprattutto sulla monarchia, che si volse decisamente verso l'assunzione di attributi e prerogative proprie degli imperatori romani, tentando di portare a pieno compimento quel processo di elevazione del re al di sopra del popolo, che era iniziato con l'avvio delle grandi migrazioni. Ne fu espressione una notevole attivit legislativa, iniziata gi in Aquitania e volta a mettere per la prima volta per iscritto - e, si badi bene, in latino - le leggi e le consuetudini dei Visigoti. Interventi analoghi furono attuati a favore della popolazione ibero-latina, la quale - sempre in base al principio della personalit del diritto - viveva secondo altre leggi e consuetudini. Un ulteriore passo avanti fu costituito, dopo il trasferimento in Spagna, dall'emanazione di norme valide per entrambe le popolazioni, che cos si avviavano a inserirsi in un ordinamento giuridico di tipo territoriale (valido cio per l'intero territorio del regno), per il quale non c'erano nella seconda met del secolo Sesto - siamo al tempo del re Leovigildo (568-586) - altri esempi in Occidente.
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Un orientamento monarchico in senso cos decisamente romano e tendente alla trasmissione del potere regio all'interno della famiglia reale non poteva non provocare resistenze all'interno dell'aristocrazia gota, naturalmente interessata a far valere sempre il principio, caro alla tradizione germanica, dell'elezione del re da parte del popolo in armi, per poter esercitare tutto il suo peso al momento della successione al trono. Il problema, che si presenter in forme analoghe in tutte le formazioni politiche romano-germaniche e che sostanzialmente rester aperto ancora per tutto il Medioevo, fu risolto volta per volta con soluzioni di compromesso tra prerogative dinastiche e principio elettivo, ma contribu ad orientare sempre di pi la monarchia verso la fusione dei due popoli e quindi verso la collaborazione con l'episcopato cattolico. Questo, infatti, veniva a svolgere in tale progetto politico un ruolo essenziale sia per l'influenza enorme che aveva sulla popolazione ibero-romana sia in quanto esponente di quella nobilt locale, di tradizione senatoria o municipale, che sola poteva fornire al potere regio gli strumenti culturali e le capacit politico-amministrative indispensabili per la sua affermazione. Ne nacque prima ancora che nel 589 re e popolo dei Visigoti si convertissero definitivamente al Cattolicesimo - una forma originalissima di collaborazione, che si espresse principalmente nei Concili di Toledo, assemblee periodiche di vescovi e di esponenti dell'aristocrazia gota, convocate dal re per deliberare non soltanto in materia di disciplina ecclesiastica, ma anche su qualsiasi altro problema relativo alla vita del regno. Tutto quindi lasciava presagire per il regno dei Visigoti un futuro di stabilit e di concordia interna, quando un accadimento improvviso ne provoc violentemente la fine: l'invasione araba del 711, classico esempio di evento che segna una frattura nel corso della storia.
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2-7. Il regno dei Franchi.
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A questo stesso imprevisto fu sul punto di soggiacere anche il regno dei Franchi, che per ebbe la forza e la fortuna di fermare a Poitiers nel 732 l'onda lunga dell'espansione araba che, come vedremo nel cap. 5, stava tentando di stringere l'Europa da tutti i lati. I Franchi, per, a differenza dei Visigoti, non avevano sempre fatto parte di un organismo politico unitario, essendo originariamente divisi in tanti piccoli aggregati, formatisi nel corso dei secoli IV-V lungo i bacini del basso Reno e della Schelda sotto la guida di capi militari. A partire dal 482, furono via via inglobati nel dominio di Clodoveo, re dei Franchi Salii e iniziatore della dinastia merovingia, detta cos dal nome del suo, forse mitico, antenato Meroveo. Dopo aver eliminato nel 486 l'ultima presenza romana in Gallia, il regno di Siagrio con capitale Soissons, egli si volse con estrema decisione contro le altre popolazioni germaniche della Gallia, ponendole sotto la propria tutela o scacciandole dai loro territori, come avvenne con i Visigoti, ai quali, come si  visto, tolse l'Aquitania. Trov un ostacolo soltanto nel re degli Ostrogoti, Teodorico, il quale intervenne a difesa dei Visigoti e degli Alamanni, e cerc di coordinare attorno a s tutti i gruppi etnici minacciati dall'espansionismo franco.
. Ciononostante alla sua morte, nel 511, Clodoveo controllava, ad esclusione della Provenza, tutta la Gallia romana e anche una fascia di territori al di l del Reno. I suoi immediati successori inglobarono nei loro domini anche i territori dei Turingi (531), lungo il medio corso del Reno, il regno dei Burgundi (533), che comprendeva i bacini del Rodano e della Saona, e la Provenza (536).
Alla base di questi successi c'era, oltre al dinamismo militare dei Franchi, la collaborazione con la colta e ricca aristocrazia gallo-romana e con l'episcopato cattolico, che ai Franchi derivava dall'esempio dei Visigoti e dei Burgundi, ma che essi seppero sfruttare con maggiore lucidit e determinazione. Ne  prova gi la tempestivit, oltre che il carattere spettacolare, della conversione di Clodoveo e dei capi franchi dal politeismo pagano al Cattolicesimo, avvenuta intorno al 498 per mano di san Remigio vescovo di Reims: conversione che con un colpo di spugna elimin quei motivi di diffidenza e di incomprensione che tante complicazioni stavano creando agli ariani Ostrogoti e Visigoti.
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Ne risultarono accelerati la spinta alla formazione di uno Stato a carattere territoriale sul modello romano-imperiale e l'avvicinamento, fino alla fusione totale, tra l'aristocrazia franca e quella gallo-romana nonch fra i due popoli. Gi alla fine del Settimo secolo, pertanto, il termine "franco" aveva perso ogni contenuto etnico e indicava semplicemente l'uomo libero, contrapposto a chi, soprattutto abitante delle campagne, era soggetto a vincoli di servit di varia natura. Dall'incontro tra le aristocrazie dei due popoli venne fuori un ceto dirigente che non corrispondeva pi a nessuna delle due. I capi dei clan franchi impararono a utilizzare i loro immensi patrimoni fondiari non soltanto come strumenti di controllo della popolazione rurale - nel solco della tradizione della nobilt gallo-romana - ma anche per dare stabilit alle loro clientele armate e per fondare chiese e monasteri, che consentivano loro di dare anche un fondamento religioso a un predominio sociale, basato nel passato prevalentemente sul valore militare. L'aristocrazia gallo-romana, da parte sua, si allontan sempre di pi dalla sua tradizione di decoro e di cultura per assimilare, lentamente ma inesorabilmente, lo stile violento di vita dei Germani. Ne deriv un cambiamento del genere di vita e della mentalit dei vescovi, che di quel nuovo ceto dirigente erano ovviamente espressione e che a volte venivano scelti direttamente dal re tra i laici del suo seguito. Ma questi processi nel corso del Sesto secolo erano solo agli inizi e l'episcopato cattolico ebbe ancora esponenti di notevole livello spirituale e culturale. Uno di essi - da considerare tra gli uomini pi eminenti e influenti dell'epoca merovingia - fu Gregorio di Tours, rampollo di una famiglia di rango senatorio che prima di lui aveva dato alla Chiesa altri quindici vescovi, il quale fu autore di una Storia dei Franchi, in cui Clodoveo  presentato come nuovo Costantino.
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L'influenza degli uomini di Chiesa nell'orientare la dinastia merovingia verso modelli politici estranei alla tradizione germanica e che portarono alla creazione di un ordinamento pubblico articolato in distretti (contee) governati da rappresentanti del re (conti) non imped tuttavia che si affermasse una concezione patrimoniale dello Stato.
Alla morte di Clodoveo esso, infatti, venne diviso in parti uguali tra i suoi quattro figli, come se fosse stato un bene privato, anche se rimase l'idea di un regno unico attraverso il concentramento delle capitali (Reims, Parigi, Soissons e Orlans) nella regione gravitante sulla Senna, nel cuore del dominio franco. Per quanto instabili, queste divisioni territoriali fecero emergere tuttavia quattro realt che non erano semplicemente geografiche e politiche, ma anche etniche e storiche: la Neustria, corrispondente al territorio tra la Loira e la Senna, che fino al 486 si era mantenuto formalmente sotto la dominazione romana (il regno di Siagrio) e dove pi profonda era stata la compenetrazione tra civilt romana e germanica; l'Austrasia, corrispondente alla parte orientale del regno, che dal bacino della Mosa si spingeva profondamente nel cuore della Germania, al di l del Reno, in aree che non erano state romanizzate e dove pi forti si erano mantenute le tradizioni guerriere germaniche; l'Aquitania, che aveva conservato, con l'antico nome, anche le tradizioni gallo-romane e dove assai scarsa era la presenza dei Franchi; la Borgogna, l'antico regno dei Burgundi, che conserv tenacemente la sua individualit politico-culturale. Il sistema di successione basato sulle spartizioni territoriali ad ogni generazione non evit peraltro l'esplodere di violente lotte fratricide e di odi familiari, che, se non impedirono ai discendenti di Clodoveo di mantenere la corona per dieci generazioni, frenarono nondimeno il dinamismo espansivo del regno, provocandone anche un arretramento delle frontiere. I Franchi non furono perci in condizione di esercitare nel contesto dell'Occidente quel peso che avrebbero raggiunto nel corso dell'VIII secolo, una volta ristabilita, con Pipino il Breve, una direzione politica salda e unitaria.
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2.8. Uno sguardo di insieme sul mondo romano-germanico.
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Se, giunti a questo punto - e prima di affrontare il problema dei Longobardi nella storia d'Italia - ci volgiamo indietro per tracciare, sia pur a grandi linee, un quadro del mondo romano-germanico uscito dalle invasioni del IV-V secolo, notiamo subito che esso rivela, al di l di inconfondibili particolarit regionali, elementi di fondo comuni, che  opportuno evidenziare, per coglierne gli sviluppi nei secoli seguenti. Innanzitutto; l'impatto tra la societ gerarchizzata dei Romani e quella di tipo pi egualitario dei Germani ebbe ovunque come risultato il mantenimento dei rapporti sociali anteriori alle invasioni. In pi di un caso le fonti segnalano, soprattutto nelle zone scarsamente romanizzate, il comportamento di contadini che abbandonano le terre e si rifugiano presso i barbari o ne favoriscono l'avanzata, sperando in un miglioramento delle loro condizioni di vita. Eloquente al riguardo  la testimonianza di Salviano, uno scrittore gallo-romano del Quinto secolo, che attribuisce all'oppressione sociale dell'aristocrazia fondiaria il fatto che molti si vedano costretti a cercare "presso i barbari l'umanit romana dal momento che non riescono a sopportare presso i Romani l'inumanit barbarica", preferendo "vivere liberi sotto una parvenza di prigionia che vivere prigionieri sotto un'apparenza di libert" (De gubernatione Dei V, 5). Mentre, per, l'aristocrazia, sia pur in misura diversa da una regione all'altra, conserv una buona parte dei suoi possedimenti e anzi trasmise, come si  visto, alle aristocrazie militari germaniche la capacit di gestire i patrimoni acquisiti per dare stabilit alla propria prevalenza economico-sociale, non si realizz alcun progresso nelle condizioni di vita dei ceti inferiori.
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Del resto, che i Germani non fossero portatori di una nuova organizzazione della societ fu subito chiaro dal comportamento dei Visigoti, che nel 454 repressero per conto dei Romani le rivolte dei Bagaudi in Gallia e in Spagna. Lo stesso episodio famoso del re degli Ostrogoti, Totila, il quale in un momento critico della guerra contro i Bizantini (di cui parleremo nel prossimo capitolo) viet ai coloni di versare canoni e tributi ai loro padroni, va letto come un espediente volto a indebolire i proprietari fondiari romani nella guerra disperata che egli stava conducendo per salvare il suo popolo dalla distruzione e non come un annuncio di rivoluzione sociale, dato che canoni e tributi andavano ugualmente pagati, ma direttamente a lui. E infatti i contadini non accorsero, se non in misura assai limitata, sotto le insegne di Totila, mentre non mancarono quelli che combatterono a difesa dei loro vecchi padroni, non aspettandosi niente di meglio dai nuovi.
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Un secondo elemento che accomuna i vari regni nati dalle invasioni germaniche  il ruolo di primo piano che vi svolgono i vescovi non soltanto come protettori della popolazione latina, ma anche e soprattutto come forza di conservazione di quelle che erano state le componenti principali della civilt ellenistico-romana, che fu, come si  visto, una civilt eminentemente urbana. Orbene le citt, gi impoverite dalla crisi demografica ed economico-sociale del Terzo secolo, al tempo delle invasioni si erano ulteriormente ridotte di estensione, perdendo sempre di pi di importanza a vantaggio delle campagne, sedi dei nuovi poteri di natura signorile. Se molte di esse non scomparvero e non si videro completamente private della funzione di poli di aggregazione delle aree circostanti,  perch rimasero sedi vescovili e, come tali, punti di riferimento di quella popolazione latina, con la quale i Germani erano costretti a trovare una qualche forma di convivenza. Anzi, non di rado davanti all'avanzata degli invasori i vescovi furono l'unica autorit a restare al proprio posto, ponendosi cos come gli interlocutori principali del potere germanico. E in effetti la sorte di questo si gioc proprio sul problema dei rapporti con l'episcopato e, quindi, con l'aristocrazia di cui esso era espressione.
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L dove si stabil un rapporto di collaborazione, di cui era presupposto essenziale la conversione al cattolicesimo, fu possibile dare vita a salde costruzioni politiche. L dove, invece, si persistette nella fede ariana - intesa, ovviamente, non come elaborazione dottrinale alternativa, ma come elemento di distinzione etnica - o, peggio ancora, si attuarono persecuzioni a danno della Chiesa cattolica, come avvenne, rispettivamente, con gli Ostrogoti in Italia e con i Vandali in Africa, i nuovi regni ebbero vita effimera. I vescovi, infatti, in seguito alla crisi e poi, tra Quinto e Sesto secolo, alla dissoluzione totale dell'organizzazione scolastica romana, finirono col diventare il tramite principale della cultura antica, e quindi gli unici in grado di fornire alle nuove monarchie germaniche gli strumenti culturali per organizzare un minimo di apparato politico-amministrativo. Essi, inoltre, contribuirono in maniera decisiva a elaborare una nuova ideologia del potere e a giustificare l'innalzamento del sovrano germanico da re della sua gens (= nazione) a re di uno Stato a carattere territoriale e, come tale, legittimato a regnare su tutti quelli che vi abitavano, indipendentemente dalla loro nazione.
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Il rafforzamento del potere monarchico and inoltre di pari passo con la fusione dei Germani con le popolazioni locali e quindi con la progressiva perdita di importanza dell'assemblea degli uomini liberi, l'antica istituzione germanica che era stata la vera depositaria di ogni potere e che ora vedeva il suo ruolo ridotto all'acclamazione del nuovo sovrano, elevandolo sugli scudi. Solo l'aristocrazia resistette nella difesa tenace delle sue antiche prerogative, cercando di impedire il formarsi di dinastie regie a carattere ereditario e trovando sempre il modo per mantenere in qualche misura operante il tradizionale principio elettivo. Espressione del rafforzamento dell'autorit regia e della suggestione che su di essa esercitava il modello politico romano-imperiale fu anche l'attivit legislativa dei sovrani barbarici, i quali, soprattutto quando operavano in zone pi romanizzate, si posero presto il problema di dare certezza del diritto ai loro popoli, facendo mettere per iscritto le loro consuetudini, prima trasmesse oralmente. Le pi antiche compilazioni furono: il codice di Eurico per i Visigoti verso il 470-480, la legge salica di Clodoveo verso il 507-511, la legge dei Burgundi verso il 501-515, nelle quali trov espressione una concezione della giustizia diversa rispetto a quella romana.
. Questa, infatti, prevedeva pene corporali per i trasgressori, mentre la giustizia germanica, originariamente basata sulla vendetta privata (faida), era giunta ora a elaborare il principio della composizione pecuniaria, per cui il colpevole era condannato a pagare un'ammenda, della quale una parte era destinata al re, in quanto tutore della pace pubblica che era stata turbata, e l'altra alla parte lesa. A fissare l'ammontare dell'ammenda, che era proporzionale alla condizione sociale della vittima, provvedeva il mallus, l'assemblea degli uomini liberi della contea, presieduta dal conte o da un suo delegato.
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Difficolt nell'esercizio della giustizia nacquero dall'introduzione del principio della personalit della legge, sia perch, in seguito al diffondersi dei matrimoni misti, non era facile stabilire a quale legge dovessero obbedire i figli, sia perch potevano nascere conflitti tra persone viventi in base a leggi diverse: problemi che furono risolti a partire dal Settimo secolo, con il formarsi di consuetudini che, nate dalla fusione di diritto romano e diritto germanico, avevano una base non pi nazionale ma territoriale. Il dosaggio tra i due tipi di diritto fu diverso da una regione all'altra, a seconda del rapporto numerico esistente tra le due popolazioni, ma fu un processo comune a tutte le realt politiche, che nacquero dalla dissoluzione dell'impero romano d'Occidente.



Il dibattito storiografico

Le invasioni barbariche - o le migrazioni dei popoli (Vlkerwanderungen), come preferiscono dire gli storici tedeschi - sono uno dei temi della storiografia moderna che pi si sono venuti arricchendo nel corso dei secoli di implicazioni ideologiche, le quali, come ha osservato Paolo Delogu, hanno finito con il condizionare non solo la ricerca pi propriamente storica, ma anche i settori disciplinari ad essa contigui, quali l'archeologia e la linguistica.
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Nel Settecento Charles-Louis de Secondai de Montesquieu (1689-1755), rifacendosi a Giordane, autore nel Sesto secolo di una storia dei Goti, defin il Nord dell'Europa "la fabbrica del genere umano", dove si sarebbero formate le nazioni gagliarde destinate ad abbattere l'impero romano, che si reggeva sulla schiavit e l'oppressione.
Nell'et del Romanticismo questa visione dei popoli del Nord portatori dei valori della libert e della democrazia fu ripresa e ulteriormente sviluppata in Germania a partire gi da Johann Gottfried Herder (1744-1803), il quale, comunque, nelle sue Idee per una filosofia della storia dell'umanit (1782-1791) parlava di "uomini nuovi nati nel nord", mettendo insieme non solo tutte le popolazioni germaniche, ma anche Unni, Bulgari e Slavi, anche se, contrariamente a quello che si crede, era a questi ultimi che andavano in particolare le sue simpatie, ritenendo egli gli Slavi agricoltori pazienti e pacifici, pi degli altri legati alla mitica libert delle comunit rurali.
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Fu solo nel pieno Ottocento che in Germania si svilupp il vero e proprio nazionalismo tedesco, sul quale nel primo Novecento, in seguito alla tardiva diffusione e all'interpretazione parziale del pensiero dello scrittore francese Joseph-Arthur de Gobinau (1816-1882), autore del celebre Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane (1853-1855), si innestarono le teorie pseudo-scientifiche della superiorit della razza ariana: teorie che celebrarono il loro trionfo in et hitleriana e che finirono con il portare fuori strada gli archeologi, inducendoli a interpretare in senso razziale, cio come germanici, gli elementi di cultura materiale che venivano rinvenuti nelle regioni orientali occupate dall'esercito tedesco.
Ma anche la storiografia di orientamento marxista non  stata immune da interpretazioni di tipo ideologico, individuando nel mondo degli antichi Germani un modello di societ di tipo tendenzialmente comunitario ed egualitario, caratterizzato da un modo di produzione diverso sia da quello diffuso all'interno dell'impero romano e basato sulla schiavit sia da quello feudale dell'Europa medievale. (Per un approfondimento del concetto di modo di produzione si rinvia al dibattito storiografico in appendice al cap. 20).
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Dopo la fine della seconda guerra mondiale la prospettiva  cambiata completamente: messe da parte le costruzioni ideologiche, e quindi l'idea dell'esistenza di un popolo germanico originario, anche il mondo dei Germani si  venuto configurando come un problema autenticamente storico e quindi come un fenomeno che si svolse nel tempo, attraverso una dinamica che era animata non solo da impulsi interni ma anche da influenze esterne. Vi ha contribuito fortemente l'archeologia, i cui apporti si sono rivelati preziosissimi per conoscere culture che non hanno lasciato fonti scritte, consentendo cos di cogliere la complessit e l'estrema articolazione di realt che nel passato si era portati a ritenere compatte e contrapposte al mondo romano.
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Dalle indagini pi recenti  emerso infatti che spesso non c' corrispondenza tra determinati tipi di cultura archeologica ed entit etniche ben definite, perch continui furono gli scambi e le influenze reciproche sia all'interno del mondo germanico sia con etnie e culture diverse, tra cui quelle dei nomadi delle steppe e delle civilt greca e romana; come pure  risultato assai problematico collegare specifiche stirpi barbariche a ben distinti ambiti territoriali.
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A infrangere definitivamente vecchi luoghi comuni e certezze storiografiche ha contribuito anche il dibattito sul concetto di identit etnica, rilanciato nel 1961 su basi nuove da Reinhard Wenskus con il suo libro sulla formazione delle genti germaniche nell'alto Medioevo (Stammesbildung und Verfassung. Das Werden der frhmittelalterlichen Gentes, Kln-Graz, Bhlau, 1961), nel quale viene proposto come elemento di identit non tanto l'adozione di elementi esteriori come la lingua, il diritto, la religione, gli usi, le tradizioni, il modo di combattere, quanto piuttosto il sentimento di appartenenza, vale a dire la consapevolezza di un individuo di far parte di una determinata comunit: coscienza, che poteva svilupparsi solo all'interno di gruppi ristretti e insediati in territori circoscritti, mentre aggregazioni di maggiori dimensioni, con conseguente formazione di nuove identit collettive, era possibile che si formassero nel corso del tempo intorno a quelli che Wenskus chiama "nuclei di tradizione", vale a dire capi militari, sacerdoti, stirpi dotate di grande prestigio - ad esempio quella degli Amali, cui apparteneva Teodorico - capaci di diventare il fulcro intorno al quale si formavano identit etnicopolitiche pi ampie.
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In questa prospettiva, quindi, che  quella oggi prevalente, le popolazioni stanziate al di l del Reno, indicate dagli scrittori latini con il termine complessivo di Germani, n in origine n quando ebbero i primi contatti con la societ romana formavano un'etnia, trattandosi piuttosto di una pluralit di nuclei tribali, anche se esse gi al momento delle invasioni si stavano trasformando in popoli pi grandi attraverso l'assorbimento di trib sconfitte e la formazione di leghe sacre: trasformazione che conobbe una accelerazione proprio durante le varie fasi della migrazione, per cui questa viene considerata come un vero e proprio processo di etnogenesi.
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Bibliografia.
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Per un quadro d'insieme degli orientamenti della pi recente storiografia sulle popolazioni germaniche e sull'impatto che ebbero con il mondo romano si pu partire dai saggi di M. Rouche, regni latinogermanici (secoli V-VIII), in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 89-122, e di W. Pohl, L'universo barbarico, in Storia medievale, Roma, Donzelli, 1998, pp. 65-88, dai quali si pu recuperare anche la bibliografia precedente. Di Delogu si veda l'Introduzione allo studio della storia medievale, gi pi volte ristampata dopo l'edizione di Bologna, il Mulino, 1994, ma anche il saggio Germani e Carolingi, in Storia delle idee politiche, economiche e sociali, dir. da L. Firpo, II/2, Torino, UTET, 1983.
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Sulla civilt germanica in generale: E. A. Thompson, Una cultura barbarica. 
I Germani, Roma-Bari, Laterza, 1976; F. Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Firenze, La Nuova Italia, 1981; AA.VV, Magistra Barbaritas. I barbari in Italia, Milano, Scheiwiller, 1984; M. Todd, / Germani, Genova, Ecig, 1996; S. Gasparri, Prima delle nazioni. Popoli, etnie e regni fra Antichit e Medioevo, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1997; Id., I fenomeni di acculturazione: le culture germaniche e la trasformazione del mondo romano, in La societ medievale, a cura di S. Collodo e G. Finto, Bologna, Monduzzi, 1999, pp. 29-57; C. Azzara, Le invasioni barbariche, Bologna, il Mulino, 1999. Fondamentale, soprattutto in riferimento all'Italia, resta il libro di G. Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1991.
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Per gli aspetti pi propriamente politico-istituzionali: M. Caravale, Ordinamenti giuridici dell'Europa medievale, Bologna, il Mulino, 1994; M. Ascheri, Istituzioni medievali, Bologna, il Mulino, 1999.
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Per i Goti, che, a parte i Longobardi (per i quali si rinvia al cap. 5), furono tra i popoli germanici quelli che pi incisero sulla storia dell'Italia, si vedano H. Wolfram, Storia dei Goti, Roma, Salerno editore, 1985; A. Ambrosioni-S. Lusuardi Siena, Goti in Italia alla luce delle fonti scritte e delle testimonianze archeologiche, Milano, Universit Cattolica, 1985; P.
Heather, The Goths, Oxford, Clarendon Press, 1996.
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Su Teodorico in particolare il punto di partenza pu essere rappresentato dagli Atti del Tredicesimo congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo, dal titolo Teodorico il Grande e i Goti d'Italia, Spoleto, Centro italiano di studi sull'Alto Medioevo, 1993. Sono da vedere anche J. Moorhead, Theoderic in Italy, Oxford, Clarendon Press, 1992; B. Saitta, La civilitas di Teoderico. Rigore amministrativo, "tolleranza" religiosa e recupero dell'antico nell'Italia ostrogota, Roma, "L'Erma" di Bretschneider, 1993; P. Heather, Theoderic, King of the Goths, in "Early Medieval Europe", 4 (1995), pp. 145-173.
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L'Oriente romano-bizantino e slavo.
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3.1. Le ragioni di un destino diverso.
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Mentre in Occidente si veniva faticosamente, ma in maniera abbastanza rapida, delineando una nuova realt attraverso la fusione di elementi della civilt germanica e di quella romano-cristiana, la parte orientale dell'impero mostrava una sorprendente capacit di resistenza di fronte a pressioni esterne e a tensioni interne, non meno forti di quelle che travagliavano il resto del mondo romano: resistenza alimentata, da un lato, da una tenace fedelt alla tradizione e dall'altro dalla capacit di adattamento a situazioni sempre mutevoli sul piano politico e sociale. Il risultato fu l'elaborazione di una nuova forma statale e di una nuova civilt, che si ponevano tuttavia coscientemente e, diremmo, con ostinazione in diretto collegamento con il passato romano, talch romani continuarono a chiamarsi, ancora per pi di un millennio, sia gli imperatori sia i loro sudditi, e "Romania" fu il nome con cui per tutto il Medioevo fu indicato l'impero bizantino.
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Le ragioni di questa diversit sono da ricondurre principalmente al differente livello di sviluppo che da sempre aveva caratterizzato le due parti dell'impero, ma che la crisi del Terzo secolo aveva reso pi evidente. L'Oriente, infatti, non aveva conosciuto quella concentrazione delle terre nelle mani dell'aristocrazia, che aveva portato in Occidente sia allo sviluppo del latifondo a conduzione schiavile sia al declino del ceto dei piccoli proprietari fondiari, che per secoli avevano formato il nerbo delle legioni romane. Le citt, inoltre, non solo erano pi numerose e popolate, ma avevano anche una struttura economica e sociale pi complessa, con una larga presenza dei ceti mercantili, padroni incontrastati dei traffici del Mediterraneo.
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La conseguenza era che l'aristocrazia non godeva di una schiacciante superiorit sociale nei confronti del resto della popolazione e per giunta non formava una classe rigidamente chiusa, dato che non era difficile entrarvi per quanti emergevano nell'ambito della pubblica amministrazione, delle professioni e delle attivit economiche. N la situazione cambi di molto quando anche Costantinopoli fu dotata da Costanzo Secondo (337-361), figlio di Costantino, di un suo senato a imitazione di quello di Roma, per cui i senatori romani potevano schernire i loro colleghi d'Oriente dicendo che erano tutti figli di bottegai e artigiani. L'assenza di una grande aristocrazia, a sua volta, consent una maggiore libert di azione al governo imperiale, che pot cos attuare pi efficacemente le riforme di Diocleziano, intervenendo, grazie a un efficiente apparato burocratico, in ogni settore della vita economica e sociale. Se a tutto ci si aggiungono, infine, il pieno controllo che lo Stato fu in grado di esercitare sulla Chiesa, il rafforzamento della flotta e la creazione di un esercito non molto numeroso, ma ben addestrato, si comprende come l'Oriente si presentasse all'appuntamento con gli eventi decisivi del IV-V secolo in ben altre condizioni rispetto all'Occidente.
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3-2. La crescita impetuosa di Costantinopoli.
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Il punto di partenza di quella singolare esperienza storica che fu lo Stato bizantino non pu non essere l'11 maggio del 330, giorno in cui Costantino inaugur, dandole il suo nome, la nuova capitale sul Bosforo, realizzata con grande intuito politico attraverso la ristrutturazione urbanistica di Bisanzio, una modesta colonia greca fondata probabilmente nel Settimo secolo a.C. L'imperatore l'aveva concepita fondamentalmente come un monumento a se stesso, ma gi con il figlio Costanzo Secondo (337-361) la citt conobbe un vero e proprio boom, configurandosi inevitabilmente come concorrente di Roma.
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Questa, del resto, era in declino quale sede del potere, dato che dopo Massenzio, il quale vi risiedette stabilmente dal 306 al 312, gli imperatori preferirono, a causa prevalentemente dei loro impegni militari, spostarsi da una citt all'altra; si stabilirono poi definitivamente nel 404, al tempo di Onorio, nella pi sicura Ravenna, protetta dalle paludi e collegata via mare con Costantinopoli. Mentre per le altre citt che erano state sedi provvisorie di governo (Treviri, oggi Trier in Germania, Sirmio nei Balcani, Milano), per quanto abbellite e dotate di grandi edifici pubblici, non avevano acquisito dignit di capitale e non erano state dotate di quelle strutture e di quei servizi, che rendevano del tutto particolare la condizione di Roma, la citt fondata da Costantino fu attrezzata ben presto a imitazione della prima.
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Gi si  detto dell'istituzione del senato da parte di Costanzo Secondo. Fu creata poi l'annona civica per la distribuzione del grano alla popolazione, che intanto cresceva a un ritmo molto sostenuto, al punto da superare intorno al 410-420 quella di Roma, calcolata intorno alle duecentomila anime. Inoltre, nel pieno rispetto della tradizionale politica imperiale di mantenimento dell'ordine interno attraverso non solo la distribuzione di grano, ma anche l'allestimento di giochi nel circo (la politica del panem et circense,), Costantinopoli fu dotata di un ippodromo, corrispondente al Circo Massimo di Roma e direttamente collegato al palazzo imperiale, per facilitarvi l'accesso dell'imperatore, che vi compariva a scadenze fisse, secondo un rituale che fin con il rendere sempre pi grande il distacco tra il sovrano e il popolo, trasferendo il primo su un piano di sacralit e circondandolo con un alone di mistero.
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La sacralizzazione del potere era il risultato anche dell'esaltazione del ruolo dell'imperatore, quale difensore della genuina dottrina cristiana e, in quanto tale, responsabile della salvezza del popolo cristiano. Ne furono artefici gli uomini di chiesa dell'Oriente, fieri del loro alto livello culturale e delle loro capacit dialettiche, ma nello stesso tempo consapevoli della funzione insostituibile del sovrano come arbitro delle contese per la definizione delle verit di fede. Fin cos col diventare prassi normale che fosse l'imperatore sia a convocare e a presiedere i concili ecumenici sia a decidere sull'elezione dei vescovi delle sedi pi importanti, tra cui Costantinopoli e le chiese patriarcali di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. Non desta sorpresa perci il fatto che il rito dell'incoronazione imperiale si distaccasse sempre di pi dalla tradizione romana, configurandosi come una cerimonia religiosa, con la consegna della corona da parte del patriarca di Costantinopoli; successivamente si giunse a conferire all'imperatore anche un ordine ecclesiastico minore, alla stregua di quelli che erano destinati al sacerdozio.
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Tutto quindi spingeva nella direzione di una progressiva divaricazione tra Occidente e Oriente, e della trasformazione di quest'ultimo in forza politica autonoma. Una tappa fondamentale in questo processo fu, come si  visto nel capitolo precedente, la divisione dell'impero tra Arcadio e Onorio alla morte di Teodosio nel 395; ma il problema che fece esplodere la contraddizione di uno Stato che, secondo i progetti di Diocleziano e di Teodosio, avrebbe dovuto continuare ad essere un organismo unitario, pur se articolato in due parti per motivi di difesa e di funzionalit, fu la questione barbarica. Mentre infatti in Occidente, sia pur in maniera incerta e contraddittoria, ci si stava orientando verso un pieno inserimento dei Germani nell'esercito e nei quadri dirigenti dello Stato, in Oriente, a tutti i livelli della societ e della stessa Chiesa, si afferm una posizione di netta chiusura nei loro confronti, che port alla loro estromissione dalle alte cariche militari.
Ma quello che  pi significativo  che si diede inizio a una politica sistematica di dirottamento verso Occidente dei Visigoti e degli altri Germani orientali, che diventavano sempre pi inquieti sotto la pressione degli Unni.
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3.3. Giustiniano e la ripresa dell'iniziativa imperiale.
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La liberazione dalla pressione germanica consent prima a Zenone e poi al suo successore Anastasio Primo (491-518) di concentrare le proprie forze nella soluzione di due difficili problemi interni: le continue rivolte degli Isauri, un popolo suddito dell'impero da cui proveniva lo stesso Zenone, e le continue agitazioni provocate dai contrasti a sfondo religioso, a cui non riuscivano a porre fine le deliberazioni dei concili ecumenici. Mentre per fu relativamente facile venire a capo della ribellione degli Isauri, ricorrendo alla loro deportazione in massa, la soluzione del problema religioso si rivel praticamente impossibile. In effetti una politica pi conciliante nei riguardi del Monofisismo, prevalente in Siria e in Egitto, aveva come conseguenza l'esplodere di rivolte a Costantinopoli e nelle regioni centrali dell'impero, oltre che l'insorgere di contrasti con la Chiesa di Roma.
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Lo si vide in maniera evidente al tempo di Giustiniano (527-565), il grande imperatore che concep il disegno ambizioso di riportare l'Occidente sotto l'autorit imperiale, recuperando la piena unit di intenti con il papa, infranta dalla politica religiosa dei suoi predecessori. Sotto l'influenza dell'energica moglie Teodora, che proteggeva i monofisiti tent ancora una volta di recuperarli all'ortodossia o, quanto meno, di attenuarne l'intransigenza, facendo loro qualche concessione sul piano dottrinale. In particolare in quegli anni i monofisiti insistevano sul fatto che il Concilio di Calcedonia del 451 non aveva condannato le dottrine di Nestorio con la necessaria chiarezza, per cui volevano che si ritornasse sulla questione.
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La richiesta non trovava pregiudizialmente contrario l'imperatore, anche perch nel frattempo il Nestorianesimo si era diffuso in Persia, in Pakistan e in India, finendo col rappresentare un elemento di debolezza per l'impero nella contesa plurisecolare che lo opponeva all'impero persiano. Si lasci indurre perci a emanare nell'inverno 543-544 il cosiddetto editto dei "Tre capitoli" (dal numero dei capitoli che lo componevano), con il quale venivano condannati gli scritti di tre teologi filonestoriani di Antiochia, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Ibas di Edessa, che erano stati assolti dal Concilio di Calcedonia. Il risultato fu che non solo non si pose fine all'opposizione dei monofisiti ma si giunse a una rottura con il papa e i vescovi dell'Occidente, proprio mentre era in corso la difficile guerra contro i Goti per la riconquista dell'Italia.
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Sedeva allora sul trono di Pietro papa Vigilie, il quale, ostile a qualsiasi cambiamento rispetto alla dottrina definita ortodossa dal Concilio di Calcedonia, rifiut di ratificare l'editto di Giustiniano. Questi per non esit nel 546 a farlo arrestare e trasferire a Costantinopoli, dove il papa, sotto la pressione dell'imperatore, fin con l'accettare il suo punto di vista, provocando cos la rivolta dell'episcopato italiano, capeggiata dai metropoliti di Milano e di Aquileia; ne nacque un vero e proprio scisma, destinato a durare fino alla fine del Settimo secolo e ad acquistare un significato che andava al di l dell'ambito teologico, inserendosi, come si vedr nel prossimo capitolo, nel pi complesso problema dei i rapporti tra papato, episcopato e regno longobardo.
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La riconquista dell'Italia, avviata da Giustiniano nel 535, si inseriva, come si  detto, in un pi ampio progetto di riconquista dell'intero Occidente e di restaurazione dell'ordine sociale preesistente alle invasioni germaniche, avviato due anni prima nell'Africa settentrionale con la distruzione del regno dei Vandali, condotta a termine rapidamente dal generale Belisario. Molto pi lunga e difficile, come si vedr nei dettagli nel prossimo capitolo, fu la guerra in Italia, al termine della quale Giustiniano eman nel 554 una Prammatica sanzione su richiesta di papa Vigilie, allora ancora trattenuto a Costantinopoli, con l'obiettivo di restaurare gli antichi rapporti sociali e di dare al territorio un nuovo assetto amministrativo.
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Intanto, prima ancora che finisse la campagna d'Italia, Giustiniano aveva gi volto il suo sguardo alla Spagna dei Visigoti. L'occasione per intervenire gli fu fornita dallo stesso re Atanagildo, il quale, avendo preso il potere sull'onda di una rivolta dello schieramento filo-cattolico contro la politica filo-ariana del re Agila, si era rivolto proprio all'imperatore d'Oriente per averne aiuto. Un corpo di spedizione bizantina conquist cos un'ampia fascia costiera nella parte sud-orientale della penisola iberica, comprendente le citt di Malaga e Cordova. Con il successo dell'intervento imperiale in Spagna, il Mediterraneo era tornato ad essere un lago romano, con piena soddisfazione degli operatori economici, interessati al commercio internazionale, i quali avevano dato fin dall'inizio il loro appoggio al programma giustinianeo di restaurazione dell'impero universale; tanto pi che rientrava in esso il potenziamento complessivo delle attivit commerciali e industriali, per mettere Costantinopoli in collegamento diretto con i centri orientali di produzione della seta grazie all'apertura di nuovi passaggi attraverso l'Arabia, il mar Rosso e l'Abissinia. In questo modo le grandi vie commerciali sarebbero state liberate dal controllo della Persia e la citt sul Bosforo sarebbe diventata il punto di incontro di tre continenti.
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Per portare avanti un programma cos ambizioso, Giustiniano ebbe bisogno di grandi risorse finanziarie, che pot reperire solo potenziando l'apparato amministrativo e ponendolo sotto l'attento controllo dei funzionari centrali. L'accentramento delle funzioni di governo all'interno degli uffici di corte nasceva inoltre dall'esigenza di tenere a freno l'aristocrazia che, pur in ritardo rispetto a quanto da tempo accadeva in Occidente, gi mostrava la tendenza ad accrescere i propri latifondi, assorbendo la piccola propriet ed estendendo il suo controllo sulla popolazione contadina. Contemporaneamente Giustiniano avvi, avvalendosi dell'opera di un intelligente collaboratore, Triboniano, un progetto grandioso di riorganizzazione del ricchissimo patrimonio giuridico romano a partire dall'et repubblicana. Ne scatur il corpus iuris civilis, destinato non soltanto a restare alla base di tutta la legislazione bizantina successiva, ma a influenzare anche, una volta che sar stato riscoperto e studiato dai giuristi bolognesi del Dodicesimo secolo, tutta la produzione giuridica europea dei secoli seguenti.
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APPROFONDIMENTI: LA CULTURA GIURIDICA DELL'ORIENTE E IL CORPUS IURIS CIVILIS.
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Mentre la cultura giuridica era in Occidente in piena decadenza, nel contesto di un pi generale impoverimento della cultura e dell'organizzazione scolastica, in Oriente continuavano ad essere attive le scuole di Alessandria di Egitto, Atene, Antiochia, Cesarea e soprattutto quelle, molto pi famose, di Costantinopoli e Berito (Beirut), nelle quali si continuava a trasmettere il patrimonio giuridico-dottrinario romano. Nelle ultime due insegnavano maestri autorevoli, quali Triboniano, Costantino, Doroteo, Anatolio, Teofilo ed altri, molto vicini all'imperatore e gi da tempo impegnati nel recupero del diritto romano classico. Fu contando sul loro apporto, che Giustiniano concep fin dal 529 il disegno grandioso di raccogliere in un corpus organico il ricchissimo patrimonio giuridico romano a partire dall'et repubblicana. E quei giuristi, sotto la guida di Triboniano, non delusero le sue aspettative, completando nel corso stesso del 529 la prima redazione del Codex(in dodici libri), cui segu nel 534 una seconda e definitiva edizione.
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In esso tutte le leggi emanate dagli imperatori a partire da Adriano (117-138) vennero selezionate in base alla loro validit e integrate con quelle emanate da Giustiniano, la cui volont fu dichiarata fonte del diritto e quindi legge suprema.
Contemporaneamente si lavor a una raccolta sistematica della giurisprudenza romana, riunendo nelle Pandette o Digesto sentenze e commenti dei pi famosi giuristi del passato, quali Paolo, Papiniano, Ulpiano, Gaio e Modestino; la poderosa raccolta (cinquanta libri) vide la luce nel 533. L'anno dopo furono pronte le Institutiones, una trattazione completa, ma assai semplificata del diritto romano, destinata all'insegnamento nelle scuole, ma che ebbe anche valore di legge.
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Il grandioso progetto fu completato nel ventennio successivo con la pubblicazione delle pi recenti costituzioni emanate da Giustiniano, raccolte appunto con il titolo di Novellae e riguardanti svariati argomenti (diritto di famiglia, attivit professionali, cariche ecclesiastiche, ecc.). L'intera compilazione legislativa (Institutiones, Digesta, Codex, Novellae) entr in vigore in Italia con la Prammatica sanzione del 554.
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3.4. Dall'impero universale all'impero bizantino.
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L'opera di Giustiniano  stata ed  tuttora oggetto di contrastanti giudizi da parte degli storici, i quali tuttavia concordano nel vedere in essa l'estremo tentativo di restaurare l'impero universale di Roma non soltanto sul piano politico e militare, ma anche su quello ideale.
Non appare strano perci che per la stesura del Corpus iuris civilis sia stato adoperato ancora il latino, bench a Costantinopoli si parlasse e si scrivesse ormai prevalentemente in greco. I quarant'anni circa del suo regno segnano per anche il crollo definitivo di quel sogno, rivelando in maniera inequivocabile l'impossibilit di contrastare le forze che minavano l'edificio imperiale dall'interno e dall'esterno.
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All'interno gi si  visto come l'imperatore non riuscisse a venire a capo delle tensioni religiose, anche perch esse erano espressione di tendenze separatiste sempre pi diffuse nelle province periferiche. Ma la situazione non era pi tranquilla sul piano sociale, soprattutto nella capitale, che aveva raggiunto ormai il mezzo milione di abitanti, un buon terzo dei quali mantenuti a spese dello Stato. Una plebe cos numerosa, tenuta a freno, come si  visto, oltre che con la distribuzione di grano, anche con gli spettacoli all'ippodromo (capace di contenere ben 100.000 spettatori), costituiva una minaccia costante per l'ordine pubblico. Diede vita infatti a frequenti rivolte per fame, sempre pi difficili da domare, che culminarono, prima, nell'incendio del palazzo del prefetto del pretorio e poi, nel 562, in una congiura contro l'imperatore, il quale gi in precedenza era stato insultato mentre presenziava ai giochi nel circo.
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Gli stessi successi di politica estera erano pi apparenti che reali, e in ogni caso si rivelarono non risolutivi: le conquiste in Italia e in Spagna andarono in gran parte perdute pochi anni dopo la sua morte, mentre nei Balcani e sul fronte orientale non riusc a conseguire risultati di rilievo, lasciando ai suoi successori in tutta la loro gravit, come vedremo tra poco, il problema degli Slavi e degli Avari, e quello dei Persiani. Dopo di lui, pertanto, l'impero fu costretto a ridimensionare le sue ambizioni di dominio nel Mediterraneo e nei Balcani, e a concentrarsi soprattutto sul controllo del Nord Africa e del Medio Oriente, avviandosi cos ad assumere il ruolo di una potenza di ambito regionale. Con questo non si vuol dire per che esso entr in uno stato di lunghissima decadenza, secondo il giudizio espresso pi di due secoli or sono dallo storico inglese Edward Gibbon (1737-1794) nella sua History of the decline and fall ofthe Roman Empire e ancora oggi diffuso nell'opinione corrente; non  concepibile, infatti, un processo di decadenza durato ben nove secoli (l'impero bizantino cadr definitivamente nel 1453). Si vuol dire soltanto che esso, nel contesto completamente diverso creato da nuove migrazioni di popoli e dal formarsi di altre realt politiche nelle aree circostanti, fu costretto a spostare il suo baricentro verso Oriente, dandosi nello stesso tempo una nuova organizzazione e assumendo sempre di pi una fisionomia greco-orientale. Cos furono scritte in greco le Novelle, cio le leggi nuove, emanate da Giustiniano dopo la pubblicazione del Corpus iuris civilis, e i suoi immediati successori cominciarono a far uso, al posto dei titoli latini di imperator, caesar, augustus, di quello greco di basileus, che divenne prevalente al tempo di Eraclio (610-641).
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3.5. L'insediamento di Slavi, Avari e Bulgari nei Balcani.
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Nel corso del Sesto secolo fecero la loro comparsa nei territori bizantini dei Balcani gli Slavi, che gi nel secolo precedente si erano insediati nelle attuali Russia e Ucraina fino al Don.
Da dove provenissero e quale fosse la loro origine etnica  ancora poco chiaro, dato che alle consuete difficolt costituite dalla mancanza o dalla scarsit della documentazione, altre se ne aggiungono di carattere ideologico e politico, legate alle discussioni sull'esistenza o non di un'unit del mondo slavo e sul livello di maturazione della civilt slava. Oggi, grazie alla sempre pi intensa collaborazione tra archeologi, storici, linguisti ed etnologi, si  propensi a collocare la loro "patria" di origine nella regione compresa tra l'Oder, il Pripet, il medio Dnepr e la catena dei Carpazi, vale a dire in un'area compresa tra le attuali Polonia, Boemia, Slovacchia e Ucraina. Qui non esistette una comunit slava originaria, bens una civilt che si venne formando in un periodo di tempo assai lungo e attraverso l'apporto di popoli di culture diverse, senza che per ora sia possibile individuare con precisione n gli antenati degli Slavi n l'epoca a partire dalla quale si pu considerare giunto a compimento il loro processo di etnogenesi e si pu parlare quindi di veri e propri Slavi.
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 sicuro che essi avevano una loro ben precisa identit linguistica e culturale quando, nel Sesto secolo, si insediarono in vaste regioni dell'Europa centrale, orientale e sudorientale, nelle quali introdussero profondi cambiamenti, assimilando completamente le popolazioni preesistenti (Germani, Illirici, Daci, Sarmati, Finni e altre trib nomadi e seminomadi).
Questa identit si and affievolendo per man mano che procedeva, con la loro espansione, la divisione in Slavi occidentali (Slavi dell'Elba, Polacchi, Cechi, Slovacchi), meridionali (Sloveni, Croati, Serbi, Macedoni) e orientali (Russi, Ucraini, Russi bianchi), fino a ridursi dopo quattro o cinque secoli a un sentimento assai vago. Fra Decimoe Undicesimo secolo, infatti, le differenze di carattere economico, sociale, giuridico e religioso tra Slavi occidentali, orientali e meridionali - e all'interno di ognuno di questi tre grandi raggruppamenti - erano ormai diventate tanto profonde, che si deve parlare piuttosto di diverse nazioni slave, affini linguisticamente, ma con una loro peculiare identit, formatasi lentamente , attraverso gli scambi di cultura e di civilt con i popoli dell'Europa occidentale e meridionale, oltre che con quelli di provenienza asiatica (soprattutto Avari e Bulgari). Si tratt di un processo lento e contrastato, che si svolse sotto la costante pressione delle grandi formazioni politiche e religiose del tempo: da una parte Bisanzio e la Chiesa bizantina, dall'altra la Chiesa di Roma e l'impero romano-germanico fondato da Carlo Magno.
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Gli Slavi meridionali si insediarono nei territori bizantini dei Balcani tra Settimo e Ottavo secolo, dopo avervi compiuto gi al tempo di Giustiniano incursioni sempre pi frequenti, che tuttavia non avevano messo in pericolo il controllo di quell'area, che l'impero d'Oriente era riuscito, sia pur con qualche affanno, a preservare dall'insediamento dei Germani. A partire per all'incirca dagli anni Ottanta del Sesto secolo, la loro pressione, alla quale si aggiunse quella degli Avari (popolazione mongolica proveniente dalle steppe a nord del Caucaso, che per qualche tempo si mosse in sintonia con gli Slavi), si fece sempre pi forte, culminando nell'assedio di Tessalonica (Salonicco) e di Costantinopoli; e ci proprio in un periodo in cui Bisanzio era impegnata in una guerra all'ultimo sangue con i Persiani, ai quali di l a poco si sarebbero sostituiti gli Arabi nel ruolo di principali antagonisti. Non fu possibile perci impedire l'occupazione di ampie regioni della penisola balcanica, che nell'arco di poco pi di un secolo furono interamente slavizzate, perdendo ogni traccia dell'urbanesimo antico e della civilt greco-latina, e acquistando cos un aspetto decisamente rurale.
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Fu solo sul finire del Settimo secolo che i Bizantini, liberatisi temporaneamente dal pericolo arabo, tentarono di recuperare in qualche maniera la loro influenza nei Balcani. Qui intanto la situazione si era complicata con la conquista, da parte del popolo turco dei Bulgari, della Dacia e della Mesia, regioni in cui gi si erano insediate trib slave. Il risultato fu che queste furono progressivamente assorbite, ma nello stesso tempo i Bulgari subirono un processo di slavizzazione, per cui quella che ne venne fuori fu una formazione politica bulgaro-slava, riconosciuta nel 681 da Bisanzio con un trattato di pace.
Nelle restanti regioni balcaniche di insediamento slavo (Tracia, Macedonia, Tessaglia, Epiro) si tent invece di recuperare le posizioni perdute, alternando terribili massacri, pressioni diplomatiche e intelligenti progetti di acculturazione. Tra gli interventi di carattere non violento, quello al quale fu riconosciuto un carattere prioritario fu l'opera di evangelizzazione, e ci sia perch nel Medioevo dovunque la cristianizzazione preparava e mascherava l'espansione politica sia perch si volevano contrastare progetti analoghi che partivano dall'Occidente.
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Il risultato fu che sulla tripartizione linguistica del mondo slavo (orientale, occidentale e meridionale) prevalse ben presto la bipartizione tra i popoli slavi che ricevettero il Cristianesimo da Bisanzio (Russi, Ucraini, Bielorussi, Serbi, Bulgari e Macedoni) e gli altri che lo ebbero da Roma, per cui si parla a ragione di una Slavia ortodossa e di una Slavia romana. Questa divisione di carattere culturale-religioso  ancora oggi uno dei motivi - e certamente non l'ultimo - della contrapposizione tra Serbi e Croati, che pure appartengono dal punto di vista linguistico al gruppo degli Slavi meridionali e parlano in sostanza la stessa lingua, il serbo-croato appunto.
La cristianizzazione fu opera soprattutto di due missionari bizantini provenienti da Tessalonica, ma di origine slava o comunque conoscitori della lingua slava, Cirillo (morto nel 909) e suo fratello Metodio (morto nell'885), i quali non si limitarono alla semplice evangelizzazione, ma affiancarono ad essa un'attivit di stimolo sul piano culturale attraverso la creazione di una lingua liturgica slava, in cui si sarebbe espressa ben presto anche un'abbondante produzione letteraria. Per questa lingua lo stesso Cirillo cre per la prima volta un alfabeto, il glagolitico, partendo dalla base dell'alfabeto greco corsivo; ad esso segu l'alfabeto cirillico, da cui sono derivati gli alfabeti russo, bulgaro e serbo.
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3.6. La riorganizzazione dell'impero bizantino e la ripresa della guerra con i Persiani.
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La sopravvivenza di Bisanzio fu resa possibile anche da una profonda riorganizzazione delle strutture dell'impero, avviata dall'imperatore Maurizio (582-602) e continuata da Eraclio (610-641), pur in mezzo a difficolt gravissime, provocate all'interno dall'esplodere dei contrasti sociali e religiosi, e all'esterno dalla pressione di Persiani, Avari e Slavi. Maurizio, trovandosi nella necessit di concentrare tutti i suoi sforzi nei Balcani e in Asia Minore, volle mettere le province occidentali dell'impero (Italia e Africa) in grado di provvedere con milizie locali alla propria difesa, affidandole a governatori militari, detti esarchi, che furono posti a capo anche dell'apparato amministrativo.
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Veniva annullata cos la separazione tra potere militare e potere civile che, introdotta da Diocleziano, era diventata il principio base dell'amministrazione romana, anche se gi al tempo di Giustiniano aveva conosciuto qualche incrinatura nelle zone di frontiera. La deposizione e l'uccisione di Maurizio nel 602 ad opera di Foca, un sottoufficiale che guid la rivolta delle truppe impegnate nei Balcani contro gli Avari, non solo rese impossibile il progetto, ma inaugur un periodo disastroso per l'impero, caratterizzato all'interno da persecuzioni contro gli esponenti del governo precedente e all'esterno da una grave debolezza di fronte ai tradizionali nemici, tra cui soprattutto i Persiani, i quali, presentandosi anche come protettori delle minoranze religiose perseguitate dall'impero, invasero le province orientali, conquistando Antiochia (613), Gerusalemme (614) e Alessandria di Egitto (619); da Gerusalemme furono asportate sacre reliquie di inestimabile valore, tra cui il legno della Santa Croce.
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All'opera di ricostruzione pose mano il nuovo imperatore Eraclio, il quale, deposto l'usurpatore Foca, punt innanzitutto a una riforma militare e amministrativa della parte orientale dell'impero, ispirandosi ai principi che avevano guidato Maurizio nel riordinamento delle province occidentali. Quello che restava dell'Asia Minore bizantina fu cos diviso in nuove circoscrizioni territoriali, che presero significativamente il nome di "temi" (il termine greco thema veniva dal gergo militare e indicava un corpo d'armata), a capo di ognuno dei quali c'era uno stratega. Questo ordinamento mirava anche a radicare i soldati nel territorio, rendendoli nello stesso tempo colonizzatori e proprietari delle terre che avevano il compito di difendere. Non si trattava in verit di un fatto nuovo in senso assoluto, dato che soldati coloni (limitanei) erano gi stati insediati, come si  visto, lungo i confini in et antica. La novit consistette piuttosto nell'ampiezza dell'intervento, coinvolse non soltanto ex mercenari, ma anche contadini ed ex schiavi di latifondi in abbandono nonch masse di Slavi provenienti dai Balcani e immigrati che fuggivano davanti all'avanzata dei Persiani, per cui nelle regioni interessate si form una fitta rete di piccoli proprietari fondiari.
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Le riforme di Eraclio non tardarono a dare i loro frutti, soprattutto sul piano della coesione interna e del patriottismo civico e religioso. Grazie anche al massiccio appoggio dell'apparato ecclesiastico, riusc a mobilitare tutte le energie vive dell'impero, arrivando tra il 626 e il 630 a sconfiggere definitivamente i suoi nemici con una condotta di guerra improntata a una incredibile audacia. L'imperatore, infatti, anzich mirare alla riconquista dei territori occupati dai Persiani, port il suo attacco nel cuore stesso del loro impero, e ci proprio mentre Costantinopoli era investita da un grande esercito di Avari e Slavi, che a nord - con calcolo assai arrischiato - ritenne non in grado di violare le potenti fortificazioni della citt. E cos, mentre questa resisteva, fidando nella protezione della Vergine - come recita l'inno Akthistos, ancora oggi inserito nella liturgia ortodossa del periodo di Quaresima -. l'imperatore riusc a conquistare la stessa Ctesifonte, capitale dell'impero persiano, e a imporre un trattato di pace, che prevedeva la restituzione di tutti i territori occupati (Armenia, Mesopotamia occidentale, Egitto, Siria e Palestina), il pagamento di un'indennit di guerra e la restituzione della Santa Croce portata via da Gerusalemme.
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Si concludeva cos un duello durato quasi un millennio, che per le dimensioni del teatro di guerra e delle risorse umane e finanziarie impiegate pu essere a pieno titolo considerato il primo conflitto mondiale della storia. La morte del re persiano Cosroe II, trucidato dalle sue truppe deluse, esprimeva bene il tramonto di una formazione politica, che qualche decennio dopo sarebbe stata definitivamente travolta dalla conquista degli Arabi.
Eraclio intanto si era volto subito indietro, per accorrere in aiuto di Costantinopoli, che nel 630 assistette, in un'atmosfera di grande emozione, al ritorno del suo imperatore e alla rovinosa sconfitta degli Avari, che furono ricacciati nelle steppe della Pannonia.
Forte del prestigio conseguito e consapevole della necessit di rafforzare l'unit interna dello Stato dinanzi alla nuova minaccia degli Arabi, Eraclio ritenne giunto il momento di fare un ulteriore tentativo per superare l'opposizione dei monofisiti, che costituivano la maggioranza dei cristiani di Siria e Palestina. Nel 638 fu cos elaborata dal patriarca di Costantinopoli, Sergio, una formula teologica di compromesso, che accettava, s, la conclusione del Concilio di Calcedonia del 451 sull'esistenza in Cristo di due nature distinte, umana e divina, ma le presentava unite da una sola volont.
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Monotelismo.
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La nuova dottrina, fatta immediatamente propria dall'imperatore, ebbe all'inizio buona accoglienza anche a Roma, dove i teologi, meno versati dei loro colleghi orientali nelle difficili questioni cristologiche, tardarono a coglierne il carattere eretico. Il risultato fu che all'approvazione di papa Onorio seguirono l'opposizione dei pontefici successivi e l'insorgere di un lungo conflitto tra papato e impero, che culmin nel 653, al tempo dell'imperatore Costanzo II, nell'arresto di Martino Primo e nella sua deportazione a Costantinopoli, dove mor tre anni dopo. La questione rest aperta fino al 680, quando Costantino IV, figlio di Costante II, raggiunse un accordo con il papa Agatone, un greco di origine siciliana. In base ad esso fu convocato prima un sinodo a Roma, con la partecipazione di vescovi italiani, della Gallia e dell'Inghilterra e poi, l'anno dopo, un concilio ecumenico (il sesto della serie) a Costantinopoli, che formalmente condann il Monotelismo, giudicandolo una sorta di Monofisismo mascherato e confermando la dottrina elaborata dal Concilio di Calcedonia.
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D'altra parte, il tentativo pacificatore di Eraclio, se aveva creato tensioni in Occidente, non aveva sortito effetti migliori in Oriente, dove il Monotelismo non solo era stato respinto sia dagli ortodossi sia dai monofisiti, ma aveva anche reso gli animi pi accesi. Ne risult cos indebolita la capacit di resistenza di fronte all'invasione degli Arabi, che nel 638 investirono la Siria e la Palestina, da dove passarono poi in Egitto, accolti con favore dai monofisiti, che, fidando nella tolleranza religiosa islamica, nel 640 aprirono loro le porte di Alessandria.



3.7
La funzione storica di Bisanzio

Strano destino, quello di Eraclio, certamente uno dei pi grandi imperatori della storia bizantina. Dopo aver recuperato attraverso smaglianti vittorie gran parte dei territori che erano appartenuti in passato all'impero, negli ultimi anni del suo lungo governo dovette assistere impotente alla loro perdita definitiva sotto l'urto poderoso degli Arabi. Se per questi travolsero l'impero persiano, non riuscirono a venire a capo della resistenza dei Bizantini, e ci principalmente grazie alla saldezza dell'ordinamento militare e amministrativo introdotto da Eraclio e sviluppato dai suoi successori: ordinamento, destinato a costituire il fondamento dello Stato bizantino fino alla sua scomparsa nel 1453.
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Certo, alla fine del Settimo secolo l'impero, che aveva dovuto far fronte a due durissimi attacchi degli Arabi alla sua capitale nel 674 e nel 687, era ormai ridotto a circa un terzo del territorio che aveva avuto al tempo di Giustiniano, comprendendo soltanto gran parte dell'attuale Turchia, l'immediato retroterra di Costantinopoli nella Tracia orientale (territorio oggi diviso tra Turchia, Grecia e Bulgaria) e la parte dell'Italia non conquistata dai Longobardi. All'interno di questi confini, tuttavia, non solo seppe resistere alla pressione combinata di Arabi e Bulgari, ma, una volta passata la bufera, trov anche le energie per riprendere tra Nono e Decimo secolo (l'et d'oro di Bisanzio) una politica estera assai dinamica sia in Italia sia soprattutto nei Balcani. Il risultato fu la bizantinizzazione degli Slavi, e quindi il formarsi di una cristianit slavo-ortodossa, destinata a conferire all'Europa orientale i tratti peculiari di una civilt e di una cultura ancora riconoscibili ai nostri giorni.
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Se a questo, che gi non  poco, si aggiungono l'influenza esercitata dal modello bizantino sia sul mondo arabo sia sulle istituzioni politiche dell'Occidente nonch il ruolo che Bisanzio svolse nel preservare l'Europa dall'ondata espansionistica araba, si comprende come la sua vicenda millenaria, di cui avremo ancora occasione di occuparci, sia strettamente legata a quella dell'Occidente e come anzi sia stata essa stessa il presupposto del formarsi in Europa di uno spazio autonomo di civilt.
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Il dibattito storiografico: Bisanzio e l'Europa.
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Oggi nessuno metterebbe in dubbio che Bisanzio abbia esercitato, con la sua tradizione culturale e politico-amministrativa, una grande influenza sull'Occidente europeo, al quale forn per secoli il modello di Stato pi avanzato, anzi, come  stato scritto, dell'"unico Stato degno di questo nome"; ma a questa acquisizione si  giunti attraverso un dibattito plurisecolare, che in Italia  stato assai vivo ancora negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, quando si sono confrontate due posizioni: da una parte storici di formazione idealistica, quali Giorgio Falco e Raffaello Morghen, che ponevano la tradizione romana e la Chiesa cattolica alle origini della civilt europea e sottolineavano il distacco che si era ben presto formato tra Oriente e Occidente; dall'altra una schiera pi variegata di storici, i quali, in sintonia con le tendenze della bizantinistica straniera, sostenevano che la diversa evoluzione dei due mondi non aveva impedito n la persistenza di una coscienza unitaria n la compenetrazione tra le due civilt attraverso un fitto intreccio di relazioni, particolarmente intense nelle regioni italiane che pi a lungo erano state sotto il dominio bizantino (Venezia, Ravenna, l'Italia meridionale, la Sicilia). Tra gli storici di questa seconda tendenza  da ricordare Paolo Lamma, autore di due opere dal titolo assai significativo, anche se dedicate a un periodo successivo a quello trattato in questo capitolo: Comneni e Staufer. Ricerche sui rapporti fra Bisanzio e l'Occidente nel secolo Dodicesimo (1955); Oriente e Occidente nell'alto Medioevo (1958).
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In quegli anni, comunque, la produzione storiografica italiana relativa alla civilt bizantina appariva in notevole ritardo rispetto a quella di altri paesi europei, sia dell'Occidente sia dell'Oriente e dell'area balcanica, che da tempo si erano dotati di organismi scientifici e di istituzioni culturali in grado di promuovere iniziative editoriali e progetti di ricerca. Tra essi innanzitutto la Francia, dove gli studi bizantini erano fiorenti gi dalla met del secolo diciasettesimo, quando si pose mano alla pubblicazione di un corpus organico degli storici bizantini. Un impulso decisivo venne da una straordinaria figura di storico, filologo ed erudito, Charles Dufresne Du Cange (1610-1688), il quale non solo cur l'edizione di diversi storici bizantini e pubblic opere ancora oggi assai utili, tra cui una Histoire de l'empire de Constantinople sous les empereurs franais (1657), ma fu anche l'autore di due preziosissimi vocabolari per il latino e per il greco medievali: il Glossarium mediae et infimae latinitatis (1687) e il Glossarium mediae et infimae graecitatis (1688), tuttora indispensabili per gli studiosi.
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Nel secolo seguente la storia bizantina non si sottrasse al discredito che gli illuministi riversarono sulla storia medievale nel suo complesso.
Particolarmente impietosi furono Voltaire e Montesquieu: per il primo la storia di Bisanzio non era altro che "una collezione priva di valore di declamazioni e miracoli", mentre il secondo la qualific come "un tessuto di rivolte, sommosse e infamie". Ma chi, in sostanza, sferr ad essa l'attacco pi duro fu il Gibbon, il quale, come si  detto nel cap. 1, la consider come la storia di una decadenza durata mille anni. Un'interpretazione del genere, oggi non pi sostenibile, ebbe l'effetto, grazie anche alla grandezza intrinseca dell'opera, di deprimere a lungo, per gran parte dell'Ottocento, la ricerca bizantinistica, anche se questo non imped la realizzazione di una grande impresa editoriale: il Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae, avviato a Bonn dallo storico tedesco di origine danese Barthold Georg Niebuhr (1776-1831).
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Una ripresa in grande stile dell'interesse per la storia bizantina si ebbe tra fine Ottocento e inizi Novecento, ad opera di studiosi che, superando vecchi pregiudizi ed errori, ne fecero un settore di studio a s stante, mentre in precedenza era stata considerata parte integrante di altre discipline, quali la storia medievale, la filologia, la storia del diritto. A questo progresso degli studi e all'allargamento della prospettiva storiografica contribuirono non solo gli storici dei paesi dell'Europa occidentale, che ne avevano detenuto fino ad allora il monopolio, ma anche e soprattutto storici dell'Europa orientale e dei Balcani, i quali operarono un collegamento tra la storia bizantina e quella dei loro paesi, avviando nello stesso tempo una collaborazione a livello internazionale.
Dopo il rallentamento provocato dalle due guerre mondiali e dagli sconvolgimenti che ne seguirono soprattutto nell'area balcanica, la bizantinistica ha ripreso a progredire e oggi  in piena fioritura, potendo contare su tutta una serie di nuovi centri di studi e di riviste specializzate nonch su periodici incontri internazionali di studi, che mettono in contatto studiosi di varie nazionalit e competenze.
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Bibliografia.
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Per un primo approccio alla storia bizantina  ancora oggi fondamentale il manuale di G. Ostrogorsky, Storia dell'impero bizantino, Torino, Einaudi 1968 (traduzione dal tedesco dell'ultima edizione del 1963), ricchissimo di bibliografia sia nell'introduzione generale sia in quella ai singoli capitoli.

Esso va tuttavia integrato con opere pi recenti, quali H.G. Beck, Il millennio bizantino, Roma, Salerno editore, 1981; M. Gallina, L'impero bizantino in La storia. I grandi problemi dal Medioevo all'Et contemporanea, Torino UTET, 1988, vol. II, pp. 53-87; A. Ducellier, Bisanzio, Torino, Einaudi, 198 G. Dragon, Costantinopoli. Nascita di una capitale (330-451), Torino Einaudi, 1991; M. McCormick, Vittoria eterna. Sovranit trionfale nella tarda Antichit, a Bisanzio e nell'Occidente alto-medevale, Milano, Vita e Pensiero, 1993; C. Mango, La civilt bizantina, a cura di P. Cesa Roma-Bari, Laterza, 1998. Un quadro aggiornato della bizantinistica italiana, con utili indicazioni bibliografiche,  fornito da A. Carile, La storia bizantina, in La storiografia italiana degli ultimi vent'anni. Antichit e Medioevo, a cura di L. De Rosa, Roma-Bari, Laterza, 1989, pp. 261-277.

Per un quadro d'insieme del mondo slavo: R. Portai, Gli slavi. Popoli e nazioni dall'ottavo al ventesimo secolo, Roma, Editori Riuniti, 1975; H. Bogda Storia dei paesi dell'Est, Torino, SEI, 1991; J. Pirjevec, Serbi croati sloveni. Storia di tre nazioni, Bologna, il Mulino 1995; G. Prvlakis Balcani, Bologna, il Mulino, 1997. Per un aggiornamento del dibattito storiografico si veda invece J. Macek, Il mondo slavo, in La storia, Cit. Torino, UTET, 1988, vol. II, pp. 595-621, da cui  possibile risalire alla bibliografia precedente.
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FINE Parte 1.